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“Una città disarticolata spazialmente da un’informe crescita speculativa”, ha scritto alcuni giorni fa Ernesto Galli della Loggia sul Corsera. Dichiarazione netta che puntualizza in chiave urbanistica, elementi negativi come “degrado … e sensazione generale che la loro antica città, ancora più del solito, stia cadendo a pezzi”, che il New York Times lo scorso luglio evidenziò in un reportage sulla situazione di Roma. Giudizi quasi senza appello. Valutazioni espresse senza l’inquinamento della politica. Fotografie della realtà senza alcun filtro deformante. Aver immaginato che Marino avrebbe potuto trasformare la città caciarona, strangolata dal traffico senza regole e cementificata dovunque possibile, è stato un ambizioso auspicio. Troppe le questioni sulle quali intervenire.

Troppo alte le capacità e le competenze che una tal impresa avrebbe richiesto. Insomma, fare di Roma una città ideale sarebbe stata poco meno che un’utopia. Ma la speranza che fosse possibile passare da problemi di ordinaria manutenzione a quelli di pianificazione, per i tanti spazi svuotati delle funzioni necessarie da scelte del passato anche recente, era legittimo. D’altra parte era stato proprio il candidato sindaco Marino ad alimentare l’illusione nel suo programma.

Promettendo il “Riequilibrio e policentrismo”, in “Cambiamo il volto della città”. Poi, affermando che “Roma ora deve ricominciare a prendersi cura del proprio territorio”, in “Trasformare la città esistente”. Ancora, con “Un cambio di modello di sviluppo è necessario anche per affrontare la crisi in cui è precipitato il settore edilizio che a Roma rappresenta una parte importante dell’economia cittadina”, in “La strategia per la rigenerazione urbana”. Passaggi chiave. Come quelli su “la città dei quartieri” in cui la disuguaglianza diffusa andava combattuta. Sulle modalità pochi dubbi. “Occorre tornare a vedere la città nella sua reale eterogeneità ed impegnarsi per fare di Roma una città che cerca di offrire a tutti lo stesso ventaglio di opportunità. Ciò significa lavorare per ridurre le distanze esistenti tra i quartieri, a partire da qualità e disponibilità dei servizi di base”. Per raggiungere l’obiettivo “spazi per il coworking”, “Un progetto biblioteche”, “accessibilità ai servizi”, “spazi per la socialità e la produzione culturale”.

Autentiche iniezioni di servizi per i Municipi. Ma non era solo questo. Molto altro c’era nel programma di Marino. A partire dal Progetto Fori a quello dell’Appia Antica. Insomma, urbanistica e cultura per la prima volta dopo molto tempo a Roma sembravano poter andare a braccetto. Come dovrebbe essere. Quanto poco sia stato realizzato, più che trovare giustificazione nel lavoro interrotto all’incirca a metà del mandato, sembra l’esito naturale di una incapacità esibita in più occasioni. Una incapacità non solo relazionale. Ma soprattutto progettuale.

Le periferie continuano a rimanere agglomerati lontanissimi dal centro e privi di quei poli di attrazione che sarebbe stato necessario attivare. Gli interventi urbanistici sotto forma di Piani di Recupero Urbani, dove approvati, come a Torre Angela, regaleranno soltanto nuove cubature. Ancora espansione, quindi. Una irragionevole dilatazione del costruito che non comporterà alcun miglioramento degli standard di vita. Anche perché, ancora una volta, si sarà evitato di recuperare il patrimonio storico-archeologico tanto diffuso anche nelle aree più esterne della città. Aree archeologiche e monumenti soprattutto. Nella gran parte dei casi in abbandono, nonostante abbiano le potenzialità per divenire elementi luoghi di condivisione. Spazi di una ri-trovata identità culturale. Naturali centralità. E invece niente di tutto questo.

L’identità culturale si è cercata proprio dove non serviva per il solo motivo che già esisteva. Nel cuore del centro. Nell’area dei Fori imperiali. Qui avrebbe dovuto prendere forma il progetto del grande parco archeologico. Progetto meritorio, senza dubbio. Peccato che se ne sia parlato molto solo per linee generali approfondendo la questione più episodicamente. Con il risultato che il progetto guida della sindacatura Marino, ben lungi dall’essere pienamente realizzato, per molti si è risolto con una chiusura al traffico veicolare di via dei Fori Imperiale. Operazione benemerita ma pur sempre di poco conto rispetto alla città dell’archeologia promessa.

Su quanto poi realmente l’archeologia sia stata “centrale” nella roadmap pianificata da Marino, qualche dubbio si fa strada. Qualcuno può affermare con certezza che i cantieri per la realizzazione della discussa nuova linea della metro C non abbiano comportato al patrimonio archeologico romano danni inferiori ai futuri incerti benefici che la nuova linea potrà portare? Qualche dubbio rimane, osservando quel che è accaduto soprattutto nei cantieri di San Giovanni e via dei Fori Imperiali. Ma non è solo sulla metro C, sulla sospettata compromissione di tanti monumenti antichi, che l’amministrazione romana sembra aver mostrato una eccessiva indulgenza. E’ sufficiente pensare a quel che è stato deciso per Largo Perosi/Largo della Moretta, tra via Giulia e Lungotevere del Sangallo. Una strada basolata e le scuderie di Augusto scoperte e ricoperte per l’ennesimo parcheggio. Sfortuna incalcolabile, neppure completamente interrato. Scelta quella del I Municipio, di volerlo ad ogni costo.

Già perché le colpe di Marino e dell’Assessore alla trasformazione urbana sono lì, in bella vista. Ma accanto a loro non bisogna dimenticare quel che in molti Municipi si è fatto. A danno di Roma. Piccole e grandi scelte che hanno impedito che i municipi si saldassero tra loro, che riducessero le distanze, che si aggregassero. Si è preferito facilitare operazioni come lo Stadio della As Roma a Tor di Valle, dalle molte ombre, piuttosto che lavorare al recupero delle strutture sportive esistenti e da anni abbandonate. Si è scelto di puntare sulla riconversione di una caserma, al Flaminio (quella di via Guido Reni), nella quale si dice nascerà la città della scienza, piuttosto che lavorare sulla rigenerazione diffusa, soprattutto nei municipi più esterni dove la crisi ha provocato la chiusura e quindi l’abbandono di tanti immobili.

“Da venti anni le periferie sono state abbandonate a se stesse… Il degrado fisico delle periferie urbane sta diventando intollerabile perché non c’è più un luogo – abitazioni comprese – che non sia abbandonato… Abbandono e degrado, un deserto sociale”. Scriveva così l’urbanista Paolo Berdini su Il Manifesto nello scorso novembre. La città soffre, le periferie lo fanno molto di più. Questo soprattutto è davvero ingiustificabile. Ma forse aveva ragione Platone, sono “solo la saggezza e la competenza del buon governante che fanno buona la Città”.