Fervono i lavori per capire quale sia la “mission” della Rai. Il direttore generale Campo dall’Orto, sul Sole 24 ore del 9 ottobre, individua la sfida dell’autorevolezza, l’Editore pubblico che si pone a “brand di riferimento” sia per quel che produce sia per quel che sceglie nel mercato. Un faro, insomma, nel caos della anytime, anywhere tv. Il che postula una Rai organizzata a correre anziché a rincorrere, e quindi già qui da fare ce ne sarebbe abbastanza per plasmare la realtà aziendale da quel che è a quel che serve.

Poi, meno nitidamente, lo stesso Direttore generale parla del passaggio della Rai da semplice Servizio pubblico televisivo a mezzo di socializzazione 2.0. Perché se ieri ci plasmavamo a vicenda andando a scuola, al bar, alla partita o al Partito, oggi è su Facebook e altro che dobbiamo piacere, altrimenti veniamo percepiti meno di zero. Per questo va risolto il “digital divide” e qui arriverebbe la Rai a insegnarci come recuperare lo svantaggio.

Tuttavia, Rai o non Rai, un sacco di gente il suo digital divide lo ha già colmato per imitazione: del compagno di banco, del vicino di casa, del collega d’ufficio. Tant’è che gli auto-alfabetizzati digitali, secondo i dati citati dal Direttore generale, ammontano già al 62% degli italiani. E aumentano ogni giorno, come è scontato che accada posti i livelli di istruzione delle generazioni del dopoguerra e le sollecitazioni scaturite dal matrimonio fra telefonia cellulare e internet. Quindi questo famoso superamento del digital divide riguarda, in effetti, i settori più appartati della società, in particolare – a leggere le classificazioni correnti fra gli istituti di sondaggio sociale – le donne anziane e sole che in ogni genere di “divide” ci affondano da sempre.

Un po’ come gli analfabeti al tempo del maestro Manzi. A quei tempi una splendida operazione di promozione in una Italia in profonda trasformazione, che più che alfabetizzare davvero qualcuno indicava a tutti, a partire dai giovani, la via dell’istruzione. Che sia replicabile per addestrare a Facebook francamente dubitiamo.
Più tradizionale la proposta avanzata il giorno dopo, su l’Unità, da Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano lavoratori che, non sorprendentemente visto il pulpito, pone l’accento sulla funzione educativa della televisione con annessa coltivazione di “valori” (senza troppe ansie per il digital divide e cose del genere), pur dopo qualche omaggio alla necessità di informare e intrattenere per trattenere il pubblico.

Siamo del resto solo all’apertura della discussione (già incombono convegni attorno al tema della famosa “missione”) ma già la Scilla del nuovismo e la Cariddi del tradizionalismo son lì a minacciare i loro sfracelli. Nessun problema, a patto che chi naviga ne conosca l’esistenza e abbia una rotta.