Iraq acqua 2 675

Tigri ed Eufrate sono i fiumi che attraversano la ‘culla della civiltà’, un luogo di straordinaria importanza nella storia dell’umanità, dal Neolitico all’Età del bronzo e del ferro. Questi due fiumi rendono leggendaria la fertilità di una vasta regione, battezzata ‘Mezzaluna Fertile’ nel primo ‘900, ma le loro acque erano usate a scopo irriguo già settemila anni fa, quando si narra che il re di Umma avesse tagliato gli argini dei canali irrigui scavati lungo l’Eufrate dal suo vicino, il re di Girsu, per disperdere le acque: à la guerre comme à la guerre. Avendo partecipato alle ricerche sull’antica Urquesh, un incredibile sito archeologico ancora tutto da studiare nel nord est della Siria dove il ciclo dell’acqua ha giocato un ruolo chiave, lo sgomento per quanto accade in quei luoghi non è un sentimento banale.

In Medio Oriente l’acqua vale quanto il petrolio; e forse di più, perché all’abbondanza mineraria corrisponde una rilevante scarsità idrologica. Nel bacino turco dell’Eufrate, le grandi dighe sono perciò numerose, a partire dalla Atatürk Dam dal forte valore simbolico, attiva da 25 anni a scopo irriguo e idroelettrico con una potenza installata di 2.400 Megawatt. La potenza totale degli impianti turchi sull’Eufrate è circa 6.400 Mw, più altri 300 sull’alto Tigri, e da sempre la loro costruzione è stata osteggiata dai rivieraschi di valle, siriani e iracheni. Anche la Siria, infatti, ricava acqua ed energia (1.350 Mw) dalle proprie grandi dighe; e perfino l’Iraq più a valle ha ben 1.060 Mw installati a Mosul sul Tigri e 660 Mw sull’Eufrate a Haditha.

Sia la diga di Mosul sia quella di Haditha sono in mano all’Isis, anche se gli impianti pare non siano stati finora danneggiati. Non solo, l’Isis ha puntato forte sul controllo del ciclo idrologico poiché, dopo sanguinosi combattimenti, a metà settembre 2015 ha ripreso il controllo della vecchia diga siriana di Tabqa (800 Mw) costruita dai sovietici all’inizio egli anni ’70. La diga di Tabqa, tra le più lunghe dighe in terra del mondo (ben 4,5 km) controlla l’ingresso dell’Eufrate a valle del confine con la Turchia e, se si considera che anche le dighe di Tishreen (450 Mw) e da Al-Baath (80 Mw), sono in mano all’Isis, il vantaggio del Califfo sul terreno dell’acqua non è marginale.

La chiusura della traversa di Ramadi in Iraq è stato soltanto l’antipasto di una guerra che sarà combattuta non solo con le bombe dal cielo e le cannonate da terra, ma anche con l’acqua. E le dighe sono diventate un fattore strategico chiave, dalla Turchia al Golfo Persico, in un intricato conflitto che da monte a valle non coinvolge due nemici ben identificabili e localizzabili, ma una molteplicità di nemici e di interessi, la cui sorte è legata alle acque del Tigri e dell’Eufrate. Né vale citare qui la fiaba di Fedro, lupo e agnello, perché le cose qui sono un po’ più complicate. E neppure va trascurata l’energia prodotta sfruttando il sistema idrografico: nel complesso, vi sono installati più di 11 Gigawatt, più del doppio di quanto installato in Germania e quasi i due terzi di quanto installato in un paese con una buona tradizione idroelettrica come l’Italia (18 Gw).

In Mesopotamia l’umanità ha iniziato il suo percorso di civiltà e l’acqua è un fattore dominante di ogni civiltà e il suo uso uno degli elementi distintivi. Se gestite in modo consapevole e condiviso, le dighe esistenti (e quelle in progetto) possono mitigare gli effetti di cambiamenti climatici non proprio favorevoli allo sviluppo della specie umana in quell’area. E finora nessuno ha pensato (a voce alta) che le dighe non sono soltanto uno strumento indiretto di pressione: un loro impiego ‘diretto e irreversibile’, a imitazione di quanto fecero gli americani sul Fiume Rosso del Vietnam con i loro bombardamenti, può diventare micidiale, giacché il crollo della diga di Mosul (già diga Saddam) potrebbe inondare la città in sole tre ore, con esiti catastrofici. E si tratta di una diga insicura già di per sé, una delle più pericolose al mondo a causa della conclamata debolezza delle sue fondazioni.

Alcuni climatologi hanno previsto che le magre diventeranno sempre più severe in quella grande culla idrografica, fino a determinare la scomparsa della Mezzaluna Fertile prima della fine di questo secolo. La guerra potrebbe anticipare la sfida del clima e, in parte, lo ha già fatto.