Al Medimex porterà una sana ventata di free style, e avrà modo di raccontare la sua passione e la sua storia. Ensi, una delle punte di diamante dell’hip-hop italiano, è atteso infatti al Salone dell’innovazione musicale promosso da Puglia Sounds, che si svolgerà dal 29 al 31 ottobre alla Fiera del Levante di Bari.

Il rapper di Torino incontrerà i suoi fan e gli addetti del settore venerdì 30 ottobre, e non è difficile prevedere che si parlerà anche della sua ultima fatica discografica, l’EP “One by One” (Warner Music), uscito in free download il 10 ottobre, una specie di ponte di raccordo tra “Rock Steady” e il futuro album. FQ Magazine ha avuto l’occasione di fare una chiacchierata con Ensi per parlare del suo “mestiere” di rapper, e della corsa di resistenza per imporsi sulla scena.

Major discografica e free download: come sei riuscito a mettere d’accordo due cose all’apparenza inconciliabili?
La visione della discografia concentrata sul prodotto ufficiale è un po’ anacronistica. Anche le multinazionali si sono rese conto che nell’ultima decade è cambiato tutto. È cambiata la tecnologia che va sempre in una direzione diversa dal supporto fisico, e sono cambiati i metodi con cui gli artisti si fanno promozione. La mia firma con Warner è avvenuta l’anno scorso, dopo tantissimi anni di auto-produzioni e gavetta vera. La mia consapevolezza in materia di discografia era abbastanza ampia da potermi permettere di fare una scelta ponderata. Warner ha dimostrato di credere nel “progetto Ensi”, con tutto quello che mi porto dietro. Quando mi sono immaginato di fare un progetto in free-download, loro hanno sposato la causa. Oggi come oggi questo progetto serviva, perché questi brani sono serviti a provare nuove musicalità e a mettermi in gioco.

Al tuo incontro d’Autore al Medimex ci saranno anche molti studenti medi. Quali consigli daresti a coloro che vorrebbero intraprendere la tua strada?
Il rap è il genere più self-made che abbiamo in Italia. La totalità dei personaggi che oggi sono in vista arriva da un percorso precedente alla vecchia discografia, dove un talent scout decideva di metterti sotto contratto. Se hai del talento e sai muovere bene i tuoi passi, adesso puoi fare a meno – almeno all’inizio – della macchina discografica italiana. Quello che consiglio a coloro che mi mandano qualche link ai loro pezzi per chiedermi un feedback, è di non bruciare le tappe. Oggi fare il rapper può essere visto come un mestiere. A parte due o tre nomi, anni fa questa era una possibilità remota. Dico sempre di non inseguire il successo nell’immediato, ma di dimostrare costanza, passione e credibilità. Non gareggiamo per i cento metri, ma per la maratona. Io ai ragazzi dico questo: non correte verso il successo, correte verso i valori.

C’è stato un periodo della tua vita in cui hai affiancato il lavoro di tecnico industriale a quello di rapper. Quando hai capito che la musica sarebbe stato il tuo unico lavoro?
Diciamo che questa cosa non l’ho capita – forse sono stato uno degli ultimi sognatori – e ho mollato tutto buttandomi a capofitto. È stata comunque una cosa sofferta e ragionata, perché io avevo un buon lavoro e arrivo da una famiglia di lavoratori. Nel mio caso è stato un progredire costruito: me ne sono reso conto perché banalmente, conti alla mano, dedicavo alla musica il 20% della mia giornata e producevo già dei risultati buoni. Quindi dentro di me nasceva la domanda: “E se ci dedico il 100% cosa succede?”. Ed ecco che mi sono andato a cacciare nei guai, perché se è vero che da una parte ho realizzato il mio sogno, dall’altra – quando la tua passione diventa la tua professione – ti totalizza. Non è cambiata la mia attitudine: se le cose non fossero andate così avrei continuato lo stesso a fare il rap, perché mi è sempre piaciuto, lo facevo anche quando non mi ascoltava nessuno. La mia esperienza può essere un monito per tanti: non si costruisce il muretto saltando i mattoni, altrimenti cade.