Certo che il popolo del rock è composto davvero da gente strana. Gente che entra in fibrillazione per l’attesa di un album di un tizio morto più di venti anni fa. Proprio oggi, poi, che grazie o per colpa delle nuove tecnologie, sempre più spesso non si annunciano neanche più le nuove uscite, le si pubblicano direttamente, in alcuni casi infilandole a forza dentro i dispositivi di quelli che diventano ascoltatori coattivi.

Nei fatti tra pochi giorni, ormai, sarà a disposizione di tutti, popolo del rock e resto del mondo, il disco solista di Kurt Cobain, anima dei Nirvana e del movimento grunge assurto al cielo nel 1994, causa colpo di fucile autoinflitto. La parola disco, così vintage nell’era dell’MP3, non si trova qui per caso. Le canzoni, non potrebbe essere altrimenti, sono roba vecchia, vecchissima, addirittura, in alcuni casi, antecedente ai Nirvana stessi. Roba, in realtà, già ascoltata qua e là, ma raccolta dal regista del documentario Montage of heck, Brett Morgen, non a caso il titolo dell’operazione sarà: Montage of heck – The home recordings. Perché di questo si tratta: provini, demo, registrazioni casalinghe, il tutto, va detto, rimesso a lucido e ripulito, unico dato di vera novità.

Al momento è ascoltabile il primo singolo, Sappy, uscito nei giorni scorsi. Una demo che, diciamolo, non solo non rende onore al suo titolare, ma che, se possibile, ne rovina il ricordo ben più di quanto non abbia fatto nel corso di questi venti e passa anni la vedova Courtney Love. Perché va bene tutto. Va bene l’idea che un artista sia un genio in qualsiasi cosa che fa, anche quando guarda fuori dalla finestra, ma esistono dei limiti che non andrebbero superati. Esporre al pubblico ludibrio pezzi che evidentemente altro non erano che appunti sonori, non a caso poi non pubblicati, è un’operazione di bassissimo profilo artistico, modo poco elegante per fare cassa in un momento in cui di dischi, come di MP3, non se ne vendono. Sciacallaggio ai danni dei tanti fan che, si suppone, non potranno o vorranno fare a meno di avere qualcosa di nuovo, o apparentemente tale, del proprio beniamino.

Ecco, se le case discografiche avessero un minimo a cuore gli artisti, il pubblico e la musica, e sappiamo bene che stiamo parlando del nulla, un progetto del genere non vedrebbe mai la luce. E non ci si venga a parlare di spirito documentaristico. Perché mostrare, o far ascoltare, certe situazioni così poco professionali e ben riuscite, in realtà, più che con lo spirito documentaristico ha a che fare con la volontà di mettere a nudo certe defaillance, certe incapacità giovanili, o forse solo certi momenti di cazzeggio che qualsiasi artista ha il sacrosanto diritto di vivere senza che il tutto passi poi alla storia, quella con la esse minuscola, sia chiaro. Noi, stando a quanto si è sentito e a quanto si suppone verrò proposto, come sempre, Kurt Cobain e i Nirvana preferiamo ricordarceli da vivi, quando la Storia la facevano.