Caro direttore ti scrivo,
innanzitutto per ringraziarti del tifo sincero che hai fatto per Eva dalla primissima ora. Sei stato il primo a tenere a battesimo Il sacrificio di Eva Izsak al Duomo (Librerie Feltrinelli) e a dire che ero stata coraggiosa a raccontare questa spaventosa storia insabbiata da me portata alla luce.

cop (1)La storia crudele di Éva, mandata a morire quando già si sentiva salva, vittima di fuoco amico, amicissimo se così si può dire, ha scritto Isabella Bossi Fedrigotti. Un diario, unico sopravvissuto agli orrori della guerra, che squarcia il velo su una storia che fa male quasi come quella di Anna Frank, ribadisce Maria Luisa Agnese. E’ passato un anno e secondo le logiche di un’editoria agonizzante, il libro sarebbe pronto per essere rottamato. Anzi, moribondo. Invece a piccoli passi, Eva, condannata al suicidio dai “compagni” partigiani, continua a farsi strada… fra gli oblii (proprio qualche giorno impazzava su Twitter, una storia terribile destinata al silenzio) e i cestinamenti dei più. Il primo, un anno fa: Brunella Schisa, critico de Il Venerdì che, senza neanche averlo letto, riferì al solerte ufficio stampa di ChiareLettere che quella, il cestino della carta, sarebbe stata la fine che avrebbe fatto fare a Il sacrificio di Eva Izsak se glielo avesse mandato.

Qualche giorno dopo, invece, ringraziavo Corrado Augias che, proprio sulle  pagine del Venerdì, scriveva: “Una storia che si stenta a credere che sia potuta accadere…”. Dunque cara Brunella, come me napoletana (ma ciò che abbiamo in comune finisce qua), proprio na schifezza ‘sto libro non doveva essere.

Almeno, a sentire Giulio Giorello, che ha dedicato al femminicidio ante-litteram un’intera pagina dell’apertura della Cultura sul Corriere, definendolo un caso letterario. Oppure Olga Strada, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Mosca, che mi ha invitato a presentarlo in sede il 12 novembre. O Renzo Cianfanelli, managing director associato del Gruppo Media presso l’Onu di New York, che mi farà da padrino nel palazzo di vetro. E leggo la recensione su La Voce di New York, la rivista più letta dagli italiani d’America, di Mauro Lucentini, legata a un ricordo personale del fratello/romanziere Franco che si è ucciso come Primo Levi. E che rievoca una bastardata fra partigiani: “Mio fratello era rimasto ignoto alla polizia fino a quando una ragazza amica dei resistenti lo avvertì che uno dei capi comunisti, Bentivegna, che era stato messo al corrente dei futuri progetti di Franco, era stato arrestato. C’era da aspettarsi che avrebbe parlato per farsi rilasciare. Franco allora eliminò da casa nostra tutti i documenti compromettenti e si mise ad aspettare con calma l’arrivo della polizia. Pochi giorni dopo Franco fu arrestato, la casa perquisita e il prigioniero comunista fu liberato…”. Franco come la mia Eva, vittima di un partigiano “amico”.

“Il meccanismo di potere di decidere della vita, e soprattutto della morte, il desiderio di esercitarlo, la soddisfazione di governare le vite degli altri, non hanno risparmiato nessuno. Di tutte questa è la parte del libro più inquietante, ma anche più significativa. Anche per questo, de Il sacrificio di Eva Izsak sembra che nessuno voglia parlare, così scrisse Davide Bidussa, storico sociale delle idee, ma sopratutto autorità della intellighenzia ebraica.

Il thriller filosofico (ringrazio Canio Mazzaro della definizione), nel frattempo, ha vinto premi e targhette. E’ stata premiata dell’Istituto di Cultura Meridionale, prima di lei era toccato a Lech Walesa, premio Nobel. Eva è anche candidata al Premio Elsa Morante. Eva non ha tempo e non segue nessuna moda. “Affronta temi che non sono passeggeri e questo lo candida non alla durata effimera di una stagione, ma a una vita ben più lunga”,  ha scritto Giuseppe Giordano, professore di Civiltà Antiche e Moderne all’Università di Messina. Sono in tour in Sicilia (ma chi lo dice che al Sud non si legge?) il giudice Giuseppe Ayala è sceso al fianco di Eva, l’onorevole Nino Germanà ha scelto la sala Multimediale “Rita Atria” del Comune di Brolo (Messina) per un dibattito sulla legalità con la prof. Maria Rosaria Squillacioti. E lo ringrazio per l’accostamento. Rita Atria si tolse la vita dopo l’omicidio del giudice Borsellino. Era venuta meno la sua unica ragione d’onestà. Rita aveva 17 anni, Eva 19. E mezzo.

Un libro va riempito anche con gli stati d’animo del momento in cui si legge. Il sacrificio di Eva Izsak, dunque, è attualissimo, da leggere attraverso le stragi dell’Isis o le azioni terroristiche del Califfato, un libro di formazione per le future generazioni.  Ecco che Eva siede fra i banchi di scuola del liceo Leonardo da Vinci di Reggio Calabria, su invito dell’Assessore alla Cultura e alla Legalità Eduardo Lamberti Castronuovo (e conduttore televisivo de Il Salotto dell’Editore, versione local di Porta a Porta).

Il messaggio di Eva arriva agli studenti anche a suon di rap di Othelloman, che ha già fatto parte dell’Edicola di Fiorello (vai al suo rap di denuncia “Me l’aspettavo…!” dedicato a padre Pino Puglisi, ammazzato dalla mafia. Da pugno nello stomaco).

Lakatos mangiava bambini e partigiani finché fu comunista, poi per fortuna divenne liberale con Karl Popper, ha scritto Stefano Azzara, messinese, professore di Filosofia a Urbino.

Il passato non è morto e a guardarlo bene non è nemmeno passato…

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