Parlare di musica, superamento dei conflitti e Medio Oriente oggi è una prova di coraggio e di lungimiranza. Questo passo importante lo farà il Medimex, il Salone internazionale dell’innovazione musicale in programma alla Fiera del Levante di Bari dal 29 al 31 ottobre, con l’incontro “Come la musica fa fronte ai grandi conflitti nei Paesi del Medio Oriente?” in programma sabato 31.

Lo scambio di esperienze, vedrà la partecipazione – tra gli altri – di Nabil Salameh, voce dei Radiodervish, e di Bachar Mar-Khalifé, musicista libanese che ha ricevuto molta attenzione discografica in tutta Europa. La moderazione è affidata a Valerio Corzani, musicista e giornalista attivo su Radio3 come co-conduttore e autore di “Alza il volume”. L’abbiamo raggiunto per capire come la musica può costruire connessioni materiali e immateriali tra le sponde del Mediterraneo.

Qual è il percorso che ha portato alla creazione di questo focus su Medio Oriente e musica?
Per quanto riguarda il Medimex, è la prosecuzione di un percorso, la voglia di tastare il polso ad una scena musicale che avevamo già inaugurato proprio nella primissima edizione del Salone. All’epoca ci dedicammo a quelle che erano le possibilità innescate dalla cosiddetta Primavera Araba.
Ci sembrava il caso di rifare il punto, di capire cosa succede in Medio Oriente, in Nordafrica, dove vivono pulsioni piuttosto contraddittorie: da una parte slanci libertari a oppressioni fondamentaliste, dall’altra rivendicazioni identitarie ma anche utopie un po’ globalizzanti. Sono dinamiche inedite che a loro volta coinvolgono anche il modo di fare musica, e il ruolo che questa può avere nella risoluzione e nella descrizione di quello che succede in una zona del genere. Abbiamo così convocato alcuni operatori del settore per farci raccontare soluzioni, problemi, opportunità della filiera musicale in quelle regioni.

Come si potrebbe costruire in Italia, a partire dalle emittenti radio-televisive e dai circuiti dei festival, un’attenzione specifica sulle tendenze musicali in Medio Oriente?
Quando si ha a che fare con l’altrove bisogna prima di tutto togliersi il cappello coloniale, così come è anche importante evitare di trasformare in cartolina una cultura. Talvolta ci si riesce. Ci sono operatori della carta stampata e della radiofonia – meno della televisione – che riescono ad affrontare questo tipo di tematica senza filtri. Un punto non trascurabile che è emerso dal mio impegno radiofonico, così come dagli anni di Medimex, è la il problema mobilità dei musicisti e di quanto vi ruota attorno, in primis la questione dei visti negati. Dell’attuale forte e diffusa paura del terrorismo, più che legittima, fanno spesso le spese proprio loro, i musicisti. La conoscenza di cui stiamo parlando, quindi, è fondamentale per evitare l’innescare di questi meccanismi. E anche necessaria per scoprire la contaminazione musicale a mio parere interessantissima che proviene da luoghi come, ad esempio, la Turchia.

È auspicabile che si costruisca una cooperazione internazionale che operi in campo artistico?
Il rischio di tentazioni colonialiste è dietro l’angolo e bisogna  tenere l’attenzione molto alta perché siamo abituati spesso ad applicarle in modo inconsapevole. Fatto salvo questo, non solo è auspicabile, ma in alcuni casi è già fattiva questa pratica. Il Festival des musiques sacrées du monde di Fez è una joint-venture franco-marocchina, oppure c’è un appuntamento a Capo Verde dove gli operatori dell’Africa e del Maghreb che si ritrovano per “connettersi” dal punto di vista organizzativo. Sono delle esperienze che possono dare dei piccoli moti di speranza. Chiaramente non c’è lo stesso tipo di investimento che ci sono in altri campi della cooperazione. Ma non va dimenticato che la cultura alle volte sfama come il pane, e bisogna supportarla.