Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha dichiarato che l’eventuale, e sempre più probabile, decisione di impiegare i nostri Tornado in Iraq in missioni di bombardamento contro l’Isis dovrà necessariamente fare un “passaggio” per il Parlamento. Terminologia ambigua che lascia spazio a diverse interpretazioni: una semplice informativa del Governo – come suggeriscono ad esempio il Corriere della Sera e Rivista Italiana Difesa – un voto ristretto alle commissioni competenti (Esteri e Difesa) o un voto nelle due aule del Parlamento – come chiedono le opposizioni di Cinquestelle e Sel.

L’argomentazione di chi non ritene necessario un voto del Parlamento sulla partecipazione dell’Italia alla campagna di bombardamenti della Coalizione anti-Isis in Iraq è che il Governo avrebbe già ricevuto un’autorizzazione parlamentare in tal senso con l’approvazione, lo scorso 20 agosto 2014, di una risoluzione votata dalle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, la n. 7-00456 Cicchitto e Vito “sul contributo dell’Italia alle iniziative internazionali per la crisi nel Nord dell’Iraq”. Il problema è che quel documento autorizzava esclusivamente l’invio in Iraq di aiuti umanitari e di armi ai combattenti Peshmerga curdi impegnati contro l’Isis. Nessun cenno all’invio di soldati né tantomeno di interventi di attacco.

La risoluzione autorizzava il Governo a “dare attuazione agli indirizzi formulati dal Consiglio straordinario dei ministri degli esteri dell’Unione europea del 15 agosto 2014, rispondendo, d’intesa con i partner europei e transatlantici, alle richieste di aiuto umanitario e di supporto militare delle autorità regionali curde, con il consenso delle autorità nazionali irachene”. Cosa si intendesse per ’supporto militare’ lo avevano chiarito, senza possibilità di fraintendimenti, gli stessi ministri di Esteri e Difesa, Federica Morgherini e Roberta Pinotti, nei loro interventi nel corso della seduta. Basta andarseli a rileggere.

L’allora ministro Mogherini – oggi Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza – presentando le conclusioni del Consiglio straordinario dei ministri degli esteri dell’Unione europea del 15 agosto 2014, illustrava “le tre linee di azione che abbiamo condiviso con i nostri partner europei”: aiuti umanitari, costruzione di un governo iracheno di unità nazionale e “forniture militari” alle autorità irachene e curde. Chiarendo poi i termini di questo “sostegno militare attraverso la fornitura di armi”, Mogherini spiegava che “la configurazione della nostra assistenza, che oggi vi proponiamo, si delinea come una cessione da Stato a Stato, come una cessione ad autorità del Governo regionale curdo attraverso canali del Governo nazionale iracheno”. Cessione di armi, niente altro.

Ancor più esplicite le parole della Pinotti, che chiariva come il Governo stesse chiedendo al Parlamento solo ed esclusivamente l’autorizzazione all’invio di armi e non all’avvio di una missione militare italiana in Iraq. “Il Governo – spiegava il ministro della Difesa dopo aver parlato degli aiuti umanitari – è impegnato a valutare con attenzione altre forme di aiuto alle stesse autorità regionali (curde, ndr) per incrementare le limitate capacità di autodifesa e di protezione locale delle popolazioni, attraverso il sollecito invio, in quel territorio, di materiale militare d’armamento già in uso alle Forze armate nazionali. Tale contributo, destinato alla difesa personale e d’area, è costituito da armi automatiche leggere e dal relativo munizionamento. (…) La pianificazione preventiva dei trasferimenti, da effettuarsi con i vettori più adeguati alla situazione (aerei e navi), è già in corso e può essere finalizzata fin dai prossimi giorni se la linea del Governo sarà qui condivisa”. E conclude: “Oggi non stiamo decidendo di mandare sul campo uomini delle Forze armate italiane, stiamo decidendo di mandare delle armi. Quindi, il personale che noi utilizzeremo è personale che trasporta e consegna, ma non starà poi sul campo”.

Il Governo proponeva solo una fornitura di armi attraverso un ponte aereo, senza alcuna presenza militare italiana in Iraq, nemmeno sotto forma di addestratori e consiglieri militari, tantomeno con il dispiegamento di velivoli militari e il loro impiego in azioni di attacco. Poi invece gli uomini sul campo sono stati mandati (530 militari) e pure gli aerei (solo per missioni di ricognizione) senza chiedere l’autorizzazione del Parlamento ma solo informandolo di volta in volta. Una prassi non corretta che finora è stata accettata dal Parlamento solo perché si trattava comunque di uomini e mezzi non impiegati in azioni belliche. Lanciare una campagna di bombardamenti aerei significa intraprendere un’azione di guerra, sulla quale l’intero Parlamento – le due aule, non le sole commissioni competenti – ha il diritto e il dovere di esprimersi con un voto.