Non è perché sei una donna, e sei occidentale, che non puoi scommettere il tuo futuro in Arabia Saudita. Uno non se lo aspetterebbe mai, certo. Ma c’è chi come Fiorella Vanini nella teocrazia nota al mondo per essere fanatica e misogina non solo ci è andata a vivere e lavorare, ma è pure tornata a respirare. Prendendo in contropiede tutti, compreso se stessa. “Ryad è meglio di Milano. Lo so, non ci crederete, ma io qui sto bene, sono contenta, mi sento realizzata professionalmente. E non ho nessuna paura, lo giuro, questo è un Paese sicurissimo”.

Trentasei anni, di Rho, capello corto e sbarazzino, e l’abaya (il lungo camice nero che copre tutto il corpo eccetto la testa) appesa a un gancio vicino alla porta. Fiorella è nella sua nuova casa, immersa nel quartiere diplomatico della capitale saudita, quello delle ambasciate, esclusivo per gli stranieri. “È grande tanto quanto una città dell’hinterland milanese”. Qui le è concesso di vestirsi come le pare, passeggiare con gli uomini, uscirci a pranzo o a cena. Oltre il check point vive la gente locale, dove i caffè sono riservati ai maschi, le mogli girano solo accompagnate dai mariti (e rischiano l’arresto se sorprese assieme a un altro), nei negozi e nei ristoranti uomini e donne single non possono condividere il tavolo, neanche la stanza.

In questa zona lavora Fiorella. Insegna storia e teoria dell’architettura nelle sezioni femminili della Prince Sultan University, una tra le università private più prestigiosa del regno. Ci aveva provato anche in Italia, al Politecnico di Milano, per 1800 euro l’anno. Al mese viene così poco che è inutile fare il conto. La sua carriera, si capisce, era rimasta un hobby forzato. “Dovevo andarmene. O la va o la spacca, mi ero detta. Sono arrivata a gennaio e dopo sei mesi mi avevano già rinnovato il contratto. Adesso sono in attesa del permesso permanente”. Una storia che lascia a bocca aperta perché, ce lo staremo chiedendo in tanti, avrebbe potuto preferire un’altra meta tra tutte quelle che il mondo offre.

Sognavo un posto al caldo e poi ricco, dove è sicuro che ti paghino bene e non ci sia pericolo di crisi. Nel resto d’Europa funziona quasi come in Italia, quindi meglio lasciare stare. Cina, Australia e America le ho scartate subito perché troppo lontane. Ryad invece è a cinque ore di volo da Milano, tornare è più facile”. Guadagna molto più di prima (cioè “molto più di duemila euro al mese” ma preferisce non rivelarci la cifra) e ha pochissime spese. Alloggio, utenze, assicurazione sanitaria e volo per l’Italia sono pagati dall’università. “C’è meritocrazia. Alla fine dell’anno studenti, corpo docenti e direttore del dipartimento mi danno un voto. Ho preso 99,3 su 100. Non avevo conoscenze, nessuno mi ha raccomandato, mi hanno apprezzata per le mie capacità”.

La domanda gliela rifacciamo: da donna, occidentale, nubile e cristiana, non ha un filo di paura? “Assolutamente no. L’Arabia Saudita vista da dentro non è come quella da fuori. Alla fine si tratta di scendere a un compromesso. Basta rispettare certe regole e tutto va liscio. Il contratto di lavoro che ho firmato include un paragrafo sulla morale religiosa. In pubblico devo indossare l’abaya, quando faccio lezione no. Il velo, essendo straniera, non è un obbligo, ma lo tengo sempre in borsetta. Non posso guidare, mi muovo con il driver personale o con il taxi, oppure uber o karim, la versione araba che accetta i contanti. In classe c’è un dress code, gonna lunga fin sotto il polpaccio, spalle coperte, no tacchi, no abiti velati, e contegno, questo ovunque. Poi cinque volte al giorno si prega per mezzora, anche io a lezione se almeno metà delle ragazze me lo chiede, ma di solito la preghiera non cade mai durante l’orario accademico. Se capiti in un negozio ti chiudono dentro, tanto nessuno ruba, le pene sono severissime. Ah, evito anche di dare confidenza agli uomini che ci provano con me”. Parlare di Gesù Cristo non è affatto un tabù. “Come fai a non parlare della religione cristiana se insegni la mia materia? Ma ho voluto chiedere al responsabile del personale se fossi autorizzata a farlo o meno. Mi ha detto, certo, ti abbiamo assunto perché tu insegni l’arte e l’architettura occidentali nel migliore dei modi”.

All’università la adorano. Nei corridoi la chiamano “miss Italia”, le danno baci e abbracci. Ma fare amicizia è difficile. “Le donne qui sono riservate e all’inizio diffidenti – ci spiega -. Non ho mai pranzato con loro all’università. Ho provato a invitare qualcuna per un tè ma ha rifiutato. Stasera, per la prima volta in otto mesi, andrò a cena casa di una collega saudita, sono emozionata”. L’Arabia Saudita, ha detto, non è come ci immaginiamo. Soprattutto per quanto riguarda il sesso femminile. “Gli uomini, almeno in apparenza, sono servili, ti aiutano a portare le borse del supermercato, la tanica d’acqua in casa senza mancia. Le donne non si trascurano, sono bellissime, super truccate, e in borsa hanno la boccetta di profumo al posto della bottiglietta d’acqua. Il welfare è molto attento a loro”. Ci fa un esempio: “A vent’anni hanno già uno o due figli. Così all’università esiste un asilo dove lasciare i piccoli e quando vogliono possono raggiungerli. Hanno anche molte opportunità di studiare all’estero spesate”.

Oggi contro ogni pregiudizio quella è diventata un po’ casa sua. La vita di prima non le manca. Come darle torto. Si barcamenava tra un lavoro precario e l’altro per tirare su uno stipendio dignitoso alla fine del mese. Senza certezze per il domani. Dopo il dottorato di ricerca, dicevamo ha fatto la prof a contratto all’università per pochissimi euro all’anno. Nel frattempo insegnava alle scuole medie e superiori e in proprio si occupava di perizie, catasto, pratiche burocratiche sulle case. “Visto che molti studi di architetti hanno chiuso era inutile mettersi sul mercato per fare progetti”. Arcistufa si è messa su Google per cercare una soluzione. Semplice a dirsi, ben più complicato a farsi. La giungla di siti, blog, forum ti fa sentire smarrita. Ci vuole un po’ di pazienza. “Ho scoperto una serie di portali per il reclutamento di personale accademico, come higheredjob.com, ho inviato una decina di curriculum e dall’Arabia Saudita sono stati i primi a rispondermi. Così mi sono procurata l’abaya in un negozio di Milano vicino a un centro islamico e sono partita”. Una scelta coraggiosa, che la società anche se siamo nel 2015 si attende più da un uomo. E invece no, l’ha fatta una giovane donna, da sola.