“Ora tutti i livelli più alti del management si sentono insicuri. Sono tutti sul bordo del precipizio”. Una fonte, che per ovvi motivi preferisce rimanere anonima, spiega a Radio Free Asia come all’interno delle filiali delle cosiddette “grandi quattro”, ovvero le banche di stato (Bank of China, China Construction Bank, Industrial and Commercial Bank of China, Agricultural Bank of China), impiegati e direttori siano costretti a riunioni di Partito settimanali in cui devono fare ammenda degli errori compiuti e valutarsi l’un l’altro. Le sessioni sarebbero cominciate quest’estate, proprio quando le borse cinesi sono collassate, dopo avere raggiunto anche picchi del +150 per cento.

Secondo la fonte, gli incontri ricorderebbero le sessioni di autocritica portate avanti al tempo di Mao Zedong con il risultato che, nelle banche di Stato, nessuno si sentirebbe più sicuro. “Dobbiamo dire dove abbiamo sbagliato durante la settimana e poi gli altri intervengono e ci criticano”. Le sessioni per ora coinvolgerebbero i quadri di medio e alto livello che si troverebbero a confessare errori o a denunciare quelli dei colleghi. Il clima, racconta la fonte, è allarmante e alimenta la rivalità e le inimicizie tra i colleghi anche perché “c’è una minoranza di persone che usa questi attacchi come uno strumento di vendetta personale. Tutti – dice – abbiamo paura perché non sappiamo se siamo di fronte a un improvviso cambio politico”.

Secondo Xiao Jiansheng, giornalista del quotidiano governativo dello Hunan, le sessioni sarebbero cominciate solo recentemente, probabilmente a seguito del crollo delle borse cinesi. Sun Wenguang, professore in pensione dell’Università dello Shandong, ha sottolineato a Rfa che questi metodi non sono nuovi all’interno delle aziende di Stato. “È già successo anche prima della Rivoluzione culturale: prenderanno nota delle confessioni e delle accuse e useranno i processi mentali di ciascuno come accusa in una possibile indagine futura”.

A metà settembre Zhang Yujun, il vicedirettore della China Securities Regulatory Commission (CSRC), la Consob cinese, è stato accusato ufficialmente di “gravi violazioni disciplinari”. E non è stato il primo broker a finire sotto inchiesta. Prima di lui alti quadri della statale Citic Securities, compreso il general manager Cheng Boming, sono stati accusati di aver fatto trapelare all’esterno importanti informazioni “sensibili”. Ad agosto otto impiegati della stessa azienda erano stati accusati di vendita illegale di azioni.

Tra luglio e settembre, le borse cinesi sono crollate di circa il 30 per cento. Il governo, che fino a gennaio di quest’anno aveva spinto la popolazione ad investire attraverso vere e proprie campagne pubblicitarie, si è trovato costretto a intervenire, discostandosi dal tracciato che il premier Li Keqiang aveva definito per l’economia quando a marzo del 2013 si era insediato al governo: lasciare che le forze di mercato giocassero “un ruolo decisivo” nell’allocazione delle risorse.

L’intervento dello Stato sulle borse è stato rivendicato da Xi Jinping il mese scorso durante la sua visita di stato negli Stati Uniti. Secondo il presidente, ha contenuto il panico ed evitato il rischio sistemico. Domenica scorsa il Quotidiano di Guangming, gestito dal dipartimento della propaganda, è andato addirittura oltre sostenendo che il blocco delle ipo e l’invito del governo a non vendere azioni oltre a “evitare che le persone perdessero fiducia nelle autorità finanziarie” avrebbero “stabilizzato i prezzi delle azioni” e addirittura “ristretto la forbice economica”. Le borse questa settimana sono rimaste chiuse per la festa nazionale della Repubblica. Riapriranno giovedì.

di Cecilia Attanasio Ghezzi