Il 21 settembre ho preso un aereo per Budapest. Arrivato a destinazione non avevo idea di come muovermi, però avevo una motivazione: volevo vedere di persona il mare di migranti che premeva alle porte d’Europa. E provare a raccontare dal mio punto di vista quelle scene perché avevo la sensazione che lì stesse passando la Storia con la esse maiuscola. Mi sono spostato prendendo informazioni in tempo reale da Twitter e Facebook, provando a raccapezzarmi sul sito della MAV, la ferrovia ungherese. Volevo guardare i migranti siriani in cammino, parlare con loro in un inglese raffazzonato e sentirne le storie in presa diretta. Volevo toccare con mano il muro sul confine serbo e farmi guardare con sospetto dalla stessa polizia ungherese dalla quale fuggivano i profughi sgambettati dalla reporter Petra Laszlo. Insomma, volevo alzarmi dalla sedia e raccontare qualcosa che non stava succedendo in un altro mondo, in Internet o al Tg. Ma in un posto chiamato ‘re a l t à ’. Un posto da vedere. E capire.
Sulla rotta balcanica la situazione cambia continuamente. Frontiere si aprono o chiudono in poche ore e capirci qualcosa per me era davvero difficile. Arrivati dalla Serbia alle porte d’Europa, i migranti si trovano nel caos più totale. E io che provavo a seguirne il tragitto, con loro. L’Ungheria aveva alzato un muro per chiudere il confine a sud, con la Serbia: i migranti non potevano entrare nel paese. Il fiume umano ha quindi deviato il suo tragitto verso la Croazia, per cercare di raggiungere l’Austria attraverso la Slovenia. E mentre io ero a Roszke – sul confine serbo-ungherese ormai tranquillo – in Croazia si ammassavano migliaia di migranti e il governo non aveva idea di cosa farne. L’Europa dell’est si stava riempiendo di muri: dopo il confine serbo-ungherese, un nuovo muro tra Slovenia e Croazia e poi tra Ungheria e Croazia. La soluzione: treni che, partendo dai campi croati, portano i migranti proprio nel paese che non li aveva lasciati entrare a sud: l’Ungheria, a Hegyeshalom. Una inutile, folle, deviazione.

Qui la prima tavola del reportage di quattro pagine oggi in edicola con Il Fatto Quotidiano.

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