L’uomo del momento, in MotoGp, è senza dubbio lui. Dani Pedrosa, fresco trentenne dallo sguardo un po’ malinconico. Per alcuni Camomillo, per altri l’eterno secondo. Ma in fondo sempre lì, dove conta. Da dieci anni, costantemente seduto su una delle quattro MotoGp più importanti. Che nel suo caso, poi, è sempre la stessa, cioè una delle due Honda gestite dalla Hrc: la RC213V, nipote della RC211V con la quale aveva iniziato la sua carriera nella top class nel 2006. La moto che Dani, ad Aragon, ha spinto e fatto divertire da matti. Forse più di ogni altra volta.

E pensare che la stagione era iniziata nel peggiore dei modi. Con un anonimo sesto posto nel Gran premio d’apertura, in Qatar, e parole che avevano lasciato di stucco tutti: “Ho avuto dei seri problemi all’avambraccio – disse -, pur avendo lavorato duramente durante l’inverno. Tutti i dottori mi hanno sconsigliato di operarmi e ho cercato di trovare delle alternative, ma sembra che niente faccia migliorare la situazione. Questo è probabilmente il momento più difficile della mia carriera”.

Pedrosa si sottopone ad una operazione chirurgica, per risolvere il problema della sindrome compartimentale all’avambraccio destro. Addio Austin, addio Argentina, addio Gran premio di casa a Jerez. Camomillo torna sulla griglia di partenza solo a metà maggio, a Le Mans. Nel frattempo, Casey Stoner probabilmente avrebbe preso volentieri il suo posto per una o due gare. Ma la Honda preferisce Hiroshi Aoyama. Poi, Dani torna finalmente sul podio: nell’altro Gran premio di casa, a Montmelò, e al Sachsenring.

Ma proprio quando la stagione di Pedrosa stava rotolando incerta verso un pendio sconosciuto, lo spagnolo ha raggiunto la vetta più alta. Perché la gara di Aragon è il suo capolavoro più grande. Cinque giri al massimo, per il duello più avvincente e corretto dell’anno. Una battaglia che è già entrata nel mito. Ed è inutile azzardare paragoni con altri mostri sacri del motociclismo che fu, perché mai era successo che Camomillo battesse il Dottore in un testa a testa, in dieci stagioni di MotoGp insieme. “Al primo attacco ho visto la sua risposta – dice Valentino – e ho capito che sarebbe stata dura passarlo”.

Dani questa volta stupisce tutti. Forse, perfino Lorenzo. Che lo ha ringraziato per aver tolto a Rossi quattro preziosi punticini. Pazzesco, se si pensa che era solo il 2008 quando i due si stringevano la mano solamente grazie all’intervento di re Juan Carlos, prima di salire sul podio di Jerez.

Podi che per Pedrosa, dopo Aragon, sono diventati 97 in MotoGp, e 138 nel Motomondiale. Cioè a una sola lunghezza da Angel Nieto, e dietro solo a Rossi (209) e Agostini (159). Adesso, però, l’obiettivo è vincere almeno un Gran premio. Cosa che al pilota di Sabadell è sempre riuscita, fin dal 2002, quando era al suo secondo anno nel Motomondiale. Ne fu capace anche l’anno scorso: anzi, fu proprio lui a fermare la cavalcata di Marc Marquez, che sembrava inarrestabile dopo dieci vittorie consecutive. E in questa stagione ha ancora quattro gare a disposizione per non interrompere una striscia positiva che durerebbe da 14 anni. E che lo porterebbe, in caso di successo in uno dei prossimi Gp, a 50 vittorie nel Mondiale.

La pista giusta, per lui, potrebbe essere Valencia. Dove bisogna sommare le sei vittorie di Rossi, Lorenzo e Marquez per eguagliare gli altrettanti successi ottenuti dal solo Camomillo. Ma anche a Motegi, Pedrosa ha dimostrato di trovare la giusta confidenza con la pista. Come nel primo turno di prove libere del 2014, quando sospeso sul solo pneumatico anteriore a 280 km/h fece una delle staccate più spettacolari dell’era MotoGp. In fondo, anche sulla pista giapponese Dani è il più vincente dei quattro – insieme a Lorenzo -, a quota tre vittorie. E se le premesse sono quelle che abbiamo visto ad Aragon, per Rossi, Lorenzo e Marquez ci sarà filo da torcere. Altro che Camomillo, Pedrosa era già in versione samurai.

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