Mentre la World Bank rivede al ribasso le stime della crescita in tutto il Far East, dalla Mongolia al Cile, passando per l’Africa, il rallentamento dell’economia e le scelte di politica ambientale della Cina rischiano di mandare a gambe all’aria le economie e i piani dei Paesi che puntano tutto sull’estrazione di materie prime.

Prendiamo il rame. La Cina consuma il 45% del rame mondiale e lunedì scorso, alla notizia che probabilmente i dati sull’attività industriale cinese sarebbero stati negativi, il metallo rosso ha avuto un tonfo sui mercati internazionali. Oggi, il rame vale il 21% in meno rispetto a un anno fa. La multinazionale svizzera Glencore, che è la massima produttrice mondiale, ha perso il 30% sulla piazza di Londra e vale oggi meno di un quinto rispetto al 2011, quando fu quotata in borsa. Indebitatisi per fare investimenti, trovare nuovi giacimenti, i grandi produttori rischiano ora di fare crack, avvertono le grandi agenzie di rating, che rivedono al ribasso le loro stime.

E così, come fa l’Opec per il petrolio, per tenere alti i prezzi si agisce sul rubinetto della produzione. È questo per esempio il caso della stessa Glencore, che il mese scorso ha annunciato la sospensione delle operazioni nelle miniere che controlla in Zambia e nella Repubblica Democratica del Congo. Prese insieme, producono 400mila tonnellate all’anno, cioè circa il 2% della produzione mondiale. In prospettiva, si prevedono guai anche per Cile e Perù, che che sono tra i massimi produttori mondiali e che per ora sono tenuti a galla dalla svalutazione delle loro monete.

Un altro esempio significativo è il carbone. La Cina è responsabile dell’80% della crescita nel consumo del combustibile fossile dal 2000 a oggi: ne utilizza quasi come tutti gli altri Paesi messi insieme e soddisfa i due terzi del proprio fabbisogno energetico e l’80% della produzione di elettricità proprio con il carbone. Se il 2013 è stato il 14° anno consecutivo di aumento del consumo, nel 2014 è arrivato il punto di svolta: in seguito a nuove misure per fare fronte all’emergenza ambientale, la produzione di carbone made in China è diminuita del 2,6%, mentre nel 2015 le importazioni sono già scese del 28%. Su questo declino – benedetto per chi si trova quotidianamente a respirare nel Celeste Impero – si innesterà in prospettiva la recente decisione di creare un sistema di crediti carbonio, o scambio delle emissioni, che dovrebbe ulteriormente abbassare il consumo del combustibile fossile.

Gli analisti sostengono che ne sarà colpito soprattutto il carbone di bassa qualità prodotto in Indonesia e infatti le importazioni provenienti dalla nazione asiatica sono già crollate del 45% quest’anno. Ma anche il valore di riferimento del più pregiato coal australiano è sceso al di sotto dei 60 dollari a tonnellata – dai 70 di un anno fa – con la prospettiva di calare sotto quota 50 dollari entro la fine dell’anno. Non si salvano le economie più evolute: l’industria carbonifera statunitense, già scossa dalla depressione dei prezzi interni, ha visto scendere le esportazioni del primo trimestre di quest’anno a meno della metà dei picchi di tre anni fa, mentre le esportazioni di carbone da coke – cioè per il ciclo dell’acciaio – sono giù quasi un terzo nello stesso periodo.

Ma se gli Usa nel loro complesso possono sopportare i guai dell’industria carbonifera, di ben altro tenore è il problema dell’occupazione e della stabilità interna per quei Paesi che si sono troppo concentrati sull’estrazione ed esportazione di materie prime. È la cosiddetta sindrome olandese, cioè il fatto che in un Paese il boom minerario finisce per danneggiare gli altri settori – manifatturiero in primis – perché fa schizzare in alto i prezzi frenando al tempo stesso l’innovazione.

È questo per esempio il caso della Mongolia, un Paese che vive uno strano rapporto di amore-odio con la Cina. Odio atavico, da nomadi contrapposti a sedentari, da pochi contrapposti a tanti, da una storia infinita di guerre e invasioni reciproche che oggi, però, si sono risolte in una sottile colonizzazione economica da parte della Cina. Amore necessario. Perché cinesi sono gran parte delle merci che si comprano in Mongolia ed è soprattutto verso la Cina che vanno le risorse del sottosuolo mongolo. L’86% dell’export mongolo prende direzione sud.

A regime, la miniera di oro e rame di Oyu Tolgoi, nel deserto del Gobi, rappresenterà circa il 30% del prodotto interno mongolo e il suo rilancio dovrebbe fare da traino per tutta un’economia che assomma a soli 12 miliardi di dollari in totale. È facile intuire quanto un crollo dei prezzi del metallo rosso possa in questo caso fare danni. Poco male per la Rio Tinto, la multinazionale canadese che opera a Oyu Tolgoi e che a differenza della Glencore fa dipendere solo il 5% del proprio fatturato dal rame, ma disgrazia per la Mongolia, che ha puntato quasi tutto sulla monocoltura mineraria.

La terra di Genghis Khan è nei guai anche sul lato carbonifero del capitalismo estrattivo. Un progetto da 4 miliardi di dollari per il rilancio della miniera di Tavan Tolgoi è stato di recente rimandato a data da destinarsi. La vecchia gestione statale doveva passare a un consorzio formato dalla mongola Mining Corporation, dalla cinese Shenhua Energy e dalla giapponese Sumitomo. All’improvviso, tutto si è bloccato. Per farla breve, i prezzi di rame e carbone mongoli sono oggi al minimo degli ultimi 6 anni.

Alla fine, volenti o nolenti, Paesi diversissimi tra loro, sparsi a ogni latitudine e longitudine, si trovano a sperare in un successo della rinnovata via della Seta, il progetto cinese di infrastrutture, strade, ferrovie, cavi elettrici che attraverseranno Eurasia. Se politicamente è la prima proposta di ampio respiro che la Cina fa al mondo, economicamente è anche – forse “soprattutto” – un’enorme ecatombe di risorse in eccesso. E quindi, delle materie prime necessarie a produrle.

di Gabriele Battaglia