Vaticano, il Sinodo sulla famiglia di Papa Francesco

Intervistati dai giornali, gli alti prelati si lamentano immancabilmente del fatto che il dibattito all’interno della Chiesa Cattolica venga rappresentato come uno scontro tra conservatori e progressisti. Le cose sarebbero, a giudizio dei porporati, sempre più complesse, articolate, sfumate. Io credo che non sia vero. La cultura cattolica ha difficoltà congenite ad accettare la possibilità del conflitto, visto sempre come lacerazione, frattura, odio. Eppure quello che andrà in scena (il Sinodo sulla famiglia che durerà fino al 25 ottobre) è proprio uno scontro, durissimo e frontale, tra due visioni del mondo, della fede, della Chiesa e del suo rapporto con le donne e gli uomini del nostro tempo.

Dietro una prima barricata ci sono i conservatori, spaventati dall’eventualità di qualsiasi cambiamento, arroccati intorno alla difesa ad oltranza della tradizione. A tutti costoro non interessa nulla del fatto che l’intero impianto della dottrina cattolica sulla sessualità e il matrimonio sia diventato del tutto inservibile e anacronistico per quasi tutti noi.

Loro non si curano del fatto che le giovani coppie, anche quelle che frequentano ancora le parrocchie, facciano serenamente l’amore prima del matrimonio, usino gli anticoncezionali, vadano a convivere prima di sposarsi e poi, se le cose non vanno, se emergono problemi che paiono insormontabili, con dolore si separino e divorzino, come fanno tutti gli altri. Non si preoccupano costoro del fatto che l’omofobia è in vertiginosa diminuzione nelle nostre società e che nessuna persona civile considera ormai più l’omosessualità come una malattia, o come un tragico errore della creazione. No, di tutto questo e di molto altro, questi signori se ne infischiano altamente.

Loro hanno scelto di “remare contro”, di combattere fino in fondo la modernità, tentando di costringere la Chiesa a recitare la parte di testimone del bel tempo andato, di trasformarla in una sorta di reperto archeologico dell’epoca che ha preceduto la modernità. Sanno in cuor loro che il mondo che loro rimpiangono non tornerà mai più, sono consapevoli del fatto che, se la loro linea prevalesse, il ritardo accumulato dalla Chiesa rispetto al proprio tempo, quello che il cardinal Martini stimava in duecento anni, diventerebbe sempre più ampio.

Comprendono perfettamente tutto questo i reazionari, eppure sanno anche che, pur ridotto all’osso, continueranno ad avere il loro pubblico di proseliti, che insisteranno nel rivolgersi a loro quei fedeli inadatti a diventare persone autonome avendo sempre bisogno, anche a settant’anni, di qualcuno che li guidi come pecorelle smarrite, che li perdoni, li assolva per le loro mancanze, che casomai li porti a Medjugorje e lì li faccia genuflettere di fronte al veggente di turno. I conservatori sono consapevoli che la modernità genera sentimenti contrastanti, che vi saranno sempre coloro che la rifiutano per volgere indietro lo sguardo verso un passato idealizzato e rimpianto così come vi saranno, e non saranno pochi, i convertiti alla tradizione per disperazione, i falliti scartati dalla modernità, gli eterni creduloni.

Sulla seconda barricata ci sono i progressisti. Il loro compito è difficilissimo. Devono mostrare al mondo intero che riformare un’istituzione vecchia di due millenni non è una missione impossibile, uno sforzo vano, che il cattolicesimo può ancora interloquire in modo fruttuoso con le donne e gli uomini del nostro tempo, che esso può convivere con l’emancipazione femminile, l’omosessualità, la libertà sessuale, il pluralismo sociale e politico senza venirne annientato, senza essere fatto a pezzi. Ma al contrario, venendo rinnovato dai segni dei tempi, sintomi dell’attualità e non dell’anacronismo del Vangelo.

La battaglia tra questi due gruppi infurierà nei prossimi giorni. Senza esclusione di colpi, seppure addolciti dalla consueta morbida retorica clericale. Non sarà un semplice scontro tra élites, perché ad assistervi con il fiato sospeso e da lontano saranno masse di cattolici, ugualmente divisi in conservatori e progressisti (come avviene ormai in tutte le religioni del mondo).

In gioco c’è il futuro della Chiesa, il suo destino prossimo. Un sassolino gettato nella direzione giusta potrebbe provocare una vera e propria frana nella vecchia e artritica impalcatura cattolica: fuor di metafora, un cambiamento significativo nell’atteggiamento verso i divorziati risposati potrebbe portare a progressive aperture sugli omosessuali, sulla morale familiare, e addirittura, un giorno, sulla norma più importante di tutte, quella che regola il celibato ecclesiastico obbligatorio e struttura così l’intera organizzazione della gerarchia ecclesiastica come corpo di funzionari celibi maschi. È quel che temono i conservatori ed è quel che invece sperano i più radicali tra i progressisti.

È quel che forse desidera anche il Papa, il quale, fino a questo momento, ha assistito al dibattito osservando le posizioni in campo, senza intervenire direttamente, senza orientare il dibattito nell’una o nell’altra direzione. La decisione finale spetterà a lui, ma è chiaro che non potrà che riflettere l’andamento di questa drammatica partita.

Il Fatto Quotidiano, 4 ottobre 2015