Un disegno di legge per eliminare le disparità di genere nel sistema sportivo italiano. Permettendo così alle atlete di ottenere gli stessi diritti al momento riservati soltanto agli uomini: dal trattamento di fine rapporto (Tfr) fino alle tutele previdenziali e assistenziali passando per gli indennizzi in caso di maternità. Ma non solo. È quella presentata a Palazzo Madama da un gruppo di senatori di maggioranza e opposizione, prime firmatarie la vicepresidente dell’Aula, Valeria Fedeli (Pd), e l’ex ministro per le Pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili del governo di Enrico Letta, Josefa Idem. Le quali hanno ripreso, con la promessa di trasformarla in legge entro l’8 marzo 2016, giorno della festa della donna, una proposta inizialmente formulata alla Camera dalla collega di partito Laura Coccia insieme a un gruppo di deputati di Nuovo Centrodestra (Ncd) e Sinistra Ecologia e Libertà (Sel).

Di fatto, il ddl bipartisan ha come obiettivo la modifica di due articoli (il 2 e il 10) della legge numero 91 del 1981. Quella che ancora oggi, trentaquattro anni dopo la sua approvazione, regola il professionismo sportivo in Italia. Fra luci e ombre. Infatti, la norma ha delegato al Coni (il Comitato olimpico nazionale attualmente presieduto da Giovanni Malagò) e alle diverse federazioni la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica. “Peccato però che questa impostazione penalizzi da sempre le donne che praticano sport”, spiega a ilfattoquotidiano.it Laura Coccia. “Attualmente una disciplina come la pallavolo è priva di un settore professionistico – aggiunge la deputata del Pd –, mentre la Federazione italiana pallacanestro (Fip) definisce ‘professionisti’ solo i giocatori uomini partecipanti ai campionati nazionali ed esclude le donne”. Insomma, “quelle che oggi sono delle professioniste di fatto non possono essere considerate neppure come lavoratrici subordinate o autonome”. Il motivo? L’assenza di forme contrattuali che permettano loro di raggiungere un’indipendenza economica presente e futura. Nel calcio, per esempio, le giocatrici più ‘fortunate’ firmano accordi annuali a titolo di rimborso che non possono superare i 25.800 euro lordi; in sostanza, comunque, appena il 2% di loro percepisce uno stipendio da mille euro al mese. In questo modo “il 70% delle atlete non ha una propria autonomia, anche perché, è un dato di fatto, i premi riconosciuti loro in caso di vittoria registrano una riduzione che arriva fino al 50% rispetto agli uomini”.

Il tutto, fra l’altro, in barba a una risoluzione del Parlamento europeo del 2003 che chiede agli Stati membri e all’Unione europea di assicurare alle donne e agli uomini pari condizioni di accesso alla pratica sportiva. Sollecitando il movimento a sopprimere la distinzione fra pratiche maschili e femminili nelle procedure di riconoscimento delle discipline ad alto livello. Fra queste, come detto, c’è anche il calcio. In questo caso “la discriminazione è ancora più evidente”, afferma l’esponente dem: “La Federazione italiana giuoco calcio (Figc) ha infatti distinto nel proprio regolamento le serie professionistiche da quelle dilettantistiche escludendo dalle prime i dilettanti, il settore del calcio a 5 e, appunto, le donne”. E neanche la soluzione prospettata dall’attuale numero uno della Federcalcio, Carlo Tavecchio, quella cioè di arrivare ad un gemellaggio fra società maschili e femminili, sembra essere la soluzione definitiva al problema. “Non si può pensare di investire sul futuro, magari puntando sulle nazionali giovanili femminili che in questo periodo stanno ottenendo buoni risultati, tralasciando i diritti delle calciatrici di oggi”, dice Coccia.

Non è un caso che proprio negli ultimi mesi, soprattutto dopo la frase choc pronunciata a marzo dall’ex presidente della Lega nazionale dilettanti (Lnd), Felice Belloli, che etichettò come “quattro lesbiche” le calciatrici italiane, il movimento sia in continuo fermento. L’ultimo episodio è datato 1 ottobre: le giocatrici di Agsm Verona e Acf Brescia, le due squadre finaliste della Supercoppa di calcio femminile, hanno esposto prima della partita uno striscione per denunciare la scarsa attenzione delle istituzioni nei loro confronti. “Ci sono punti da conquistare che valgono più di quelli in classifica”, hanno scritto le ventidue in campo. Risultato? Sono state tutte ammonite e a ognuna è stata combinata un’ammenda di 50 euro. Un fatto che non a caso il presidente dell’Associazione italiana calciatori, Damiano Tommasi, ha definito “disarmante”.

Twitter: @GiorgioVelardi