“Non c’è miliardario al mondo che possa permettersi una serata così” scriveva Ennio Flaiano a proposito di una serata passata in compagnia di Nino Rota, Luchino Visconti, Fedele D’Amico e la moglie di quest’ultimo, ‘Suso’ Cecchi D’Amico. “Il gioco – ricorda la Cecchi D’Amico – consisteva nel dare a Nino un tema (ricordo, tra i tanti, ‘E lucevan le stelle’ della Tosca) da trattare secondo Schönberg, o Bach, o Schumann e via dicendo, precisando se in forma di sinfonia, o tema con variazioni (quartetto, eccetera)”. Un protagonista del Novecento musicale, un assoluto protagonista silenzioso, discreto, così come Fellini lo descrive nella loro collaborazione: “Io sto vicino al pianoforte e Nino sta al piano, e gli dico esattamente quello che voglio. Posso dire che è forse tra i musicisti cinematografici il più umile di tutti (…) Non ha la presunzione e l’orgoglio del musicista che vuol far sentire la sua musica”.

Nino Rota ha incarnato in Italia la prima figura di musicista specialista per il cinema, con un esorbitante numero di film (64 titoli nel solo decennio 1942-52) e tanti, memorabili successi, come quello che, esattamente quarant’anni fa, gli valse l’oscar alla migliore colonna sonora: Il Padrino – parte II. Un riconoscimento condiviso col padre del regista, il compositore e flautista statunitense Carmine Coppola, e preceduto, appena due anni prima, dal Golden Globe e dal BAFTA per il primo dei tre film ‘corleonesi’ di Francis Ford Coppola.

Milanese, classe 1911, a soli 11 anni, ancor prima di fare il suo ingresso al Conservatorio Verdi di Milano, Nino Rota componeva L’Infanzia di S. Giovanni Battista, un oratorio eseguito lo stesso anno nel capoluogo lombardo e l’anno successivo a Turcoing, in Francia. Precocissimo dunque e dotato di un enorme talento musicale, Rota ha vissuto la sua intera esistenza in una dicotomia non indifferente: da una parte l’enorme successo di pubblico, dall’altra una critica, tutta italiana, troppo ideologizzata per cogliere appieno lo smisurato valore del primo fra i compositori di casa nostra a impossessarsi della statuetta d’oro hollywoodiana: “Non soltanto i critici e i cultori di musica ‘seria’ – racconta sempre Suso Cecchi D’Amico – considerarono disdicevole l’intensa attività di Nino nel cinema, ma gli stessi suoi colleghi ebbero sempre nei suoi riguardi un atteggiamento di stima, sì, ma mista a una divertita e benevola indulgenza. Parlo di musicisti come Malipiero, Petrassi, Samuel Barber (…) Ma nessuno mi ha dato, come Nino, la sensazione di ‘essere fatto di musica’ “.

Un film, Il Padrino – parte II, che oltre alle musiche di Nino Rota trionfò quell’anno con ben 11 candidature e 6 statuette conquistate: oltre alla migliore colonna sonora, anche miglior film e miglior regia (Francis Ford Coppola), miglior attore non protagonista (Robert De Niro nei panni del Don Vito Corleone giovane), miglior sceneggiatura non originale (Francis Ford Coppola e Mario Puzo) e miglior scenografia (Dean Tavoularis). Un personaggio infine, quello di Don Vito Corleone, che a ben vedere è stato l’unico nella storia del cinema a ricevere ben due statuette: una con Marlon Brando che, nella prima parte della trilogia, lo interpreta da anziano; l’altra, appunto, con De Niro in quello che per l’American Film Institute è il terzo miglior gangster movie di sempre, appena preceduto da Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese e, al primo posto, nuovamente da Il Padrino – parte prima.

Ed è sempre l’American Film Institute a decretare il quinto posto nella lista delle migliori colonne sonore del cinema statunitense per le musiche de Il Padrino – parte prima, mentre dispiace vedere che la stessa lista inserisce Ennio Morricone, forse il più grande compositore esistente di musica per film, al solo 23esimo posto con le musiche del capolavoro The Mission. Ennio Morricone e Nino Rota, due tra i più grandi compositori italiani (forse i più grandi) del XX secolo accomunati da una caratteristica: quella capacità di sfidare il mondo accademico, attirandosene a volte il disprezzo, imponendo una propria via, lontana dagli schemi avanguardisti e dai cliché delle élite intellettuali e musicali di casa nostra. “Perché davvero Nino Rota – scriveva il musicologo Fedele D’Amico dopo la première palermitana de La visita meravigliosa (1970), storia di un angelo abbattuto in volo – è una sorta di angelo; ma, appunto come quello della sua opera, in carne e ossa. La sua musica infatti è tutt’altro che immateriale, devotissima anzi alle leggi della gravitazione. Ignara, però, del peccato originale”.