Il 21 settembre ho preso un aereo sola andata per Budapest. Perchè l’ho fatto? L’unica cosa che sapevo dell’Ungheria, fino a quel momento, era che Budapest era in Ungheria. Arrivato a destinazione mi sono reso conto che 1) atterrare 2) prendere il bagaglio dalla cappelliera – che poi perché si chiamano “cappelliere” se tutto ci si mette dentro meno che i cappelli? – e 3) uscire dall’aeroporto erano gli unici punti definiti del mio programma di viaggio. Ma avevo una motivazione: volevo vedere di persona il mare di migranti che premeva alle porte d’europa. E, magari, raccontarlo. Mi sono spostato prendendo informazioni in tempo reale da twitter, scrivendo alle associazioni tramite facebook e cercando di raccapezzarmi sul sito della MAV, la ferrovia ungherese. (Niente auto in affitto, per me: non guido perché mi prendono attacchi di panico ma 4 ore su un regionale ungherese mi hanno dato la forza di pilotare uno shuttle. Uno shuttle in fiamme). Sono stato al confine tra Ungheria e Serbia, a sud, e poi a Nord, dove ho passato a piedi il confine austro-ungarico (è tutta la vita che sogno di dire “austro-ungarico”) da Hegyeshalom fino a Nickelsdorf. Arrivato a Vienna sono stato prima alla Westbahnhof e poi alla Hauptbahnhof dove i migranti stazionano prima dell’ultima tappa verso la Germania. Tutto quello che ho visto l’ho disegnato in quattro pagine, piene di foto molto mosse e fuori fuoco e splendide cartine imprecise disegnate con le mie mani. Ho ascoltato tante storie, ho stretto un sacco di mani e sono tornato senza la pretesa di dare risposte ma con molte più domande di quando ero partito. E la domanda più difficile, per me, non è come l’Europa possa o debba affrontare questa enorme migrazione, oppure a cosa serva costruire un muro per chiudere una nazione. La domanda è: sul serio, perché si chiamano cappelliere?