Pippo Civati non ce l’ha fatta. Il tenero, gentile Civati.

Per promuovere gli otto quesiti referendari proposti dal suo movimento “Possibile” occorrevano ben 500mila firme e ne sono state raccolte circa 300mila. Un bel gruzzoletto, certo; eppure insufficiente.

Piazza Montecitorio. Manifestazione contro la riforma della scuola

Quale la morale che può essere tratta da una vicenda dai chiari risvolti amari (e lo dico anche quale firmatario frustrato)? In poche parole: non è che si esce con uno schiocco delle dita dal vicolo cieco in cui ci ha cacciato la post-politica di questi decenni; non si emerge dalla palude delle acque stagnanti in cui siamo ormai in ammollo. Insomma, ancora una volta abbiamo potuto constatare con mano che le strategie semplificatorie all’insegna dello “scacco matto in due mosse” sono inconcludenti e fanciullesche quanto i vecchi happy end cinematografici, in cui il Settimo Cavalleggeri arrivava a salvare in extremis la diligenza inseguita dai tagliagole di Geronimo.

Si diceva: l’esercizio di democrazia diretta metterà in rotta gli autocrati grazie a una sventagliata di proposte legislative popolari. Falso: le vie di costruzione del consenso sono infinitamente più complicate, la definizione mediatica degli scenari e il signoreggiamento del pensiero appannaggio di guardiani dei varchi attenti a non lasciar transitare neppure uno spillo contrario, il controllo sociale elevatissimo.

Dice ora Civati, intervistato da Giacomo Russo Spena: «Lo scopo era arrestare lo scivolamento a destra del Pd, e del nostro sistema, con una maggioranza larga: dagli elettori del Pd a quelli della sinistra storica e del M5s». Sbagliato: non ci sono le condizioni per operare in termini di assemblaggio; in primo luogo per quanto riguarda l’antropologia degli auspicati alleandi (sedicente Sinistra Ps, Sel, sparsi lacerti di ingrigite Sinistre antagoniste). Un errore già evidente nel discorso fiorentino del luglio scorso, tenuto dall’aspirante “federatore a sinistra” nel meeting fondativo di Possibile; in cui si dava appuntamento a Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo e financo Roberto Speranza, quali possibili partner di una rifondazione onirica.

Bersani… Cuperlo… Speranza… ecchisenefrega! Visto che ormai dovrebbe essere sufficientemente chiaro il dato che anni di politica svilita a pure tecniche comunicative di potere ha inoculato dosi di cinismo in strati sempre più vasti del ceto professionale di partito; un contagio che dai vertici si estende ormai a buona parte della fascia dei quadri (in cui sopravvivono frange sempre più circoscritte di nostalgici e/o illusi). Cosa ci vuoi fare con questo personale umano?

Purtroppo l’analisi del mancato raggiungimento delle firme referendarie ci illustra chiaramente che il percorso è lungo e tortuoso. E che i primi inciampi sono proprio coloro che hanno remato contro; e che Civati sperava di avere al fianco.

Tanto per restare nella cronaca, un appassionato militante di Possibile mio amico, incontrato davanti al banchetto dove ero andato a firmare con mia moglie, mi sottopone un quiz; sorridendo amaramente: «Secondo te, chi si è rifiutato di sottoscrivere i nostri moduli, tra Sergio Cofferati e l’assessore leghista di Regione Liguria?».

Insomma, non ci sono le condizioni perché un soggetto di AltraSinistra per l’AltraPolitica balzi fuori dal cilindro malandatissimo del dibattito pubblico italiano.

Ora a presidiare il progetto sono in campo altrove soggetti organizzati: in Spagna e Regno Unito; forse ancora in Grecia (anche se chi scrive nutre dubbi per le maldestraggini e i velleitarismi di chi pur doveva muoversi su cavi sottilissimi).

Staremo a vedere, con una certa titubanza. Anche perché ci sono forti dubbi che la restaurazione promossa da Matteo Renzi non inciampi quanto prima in qualche tagliola. Ma ad oggi gli unici laboratori all’opera per strategie coalizionali, che consentano effettivamente di imporre il ballottaggio al “Blair gigliato”, paiono essere quelli della Destra post-berlusconiana.