L’accordo sulle politiche di accoglienza dei rifugiati ancora non c’è, ma intanto l’Unione Europea annuncia nuove misure, tutte volte a ridurre il flusso migratorio e a localizzare i profughi nei paesi vicini ai conflitti che li provocano. L’ipocrisia di lotta agli scafisti e aiuti umanitari.

di Maurizio Ambrosini (Fonte: lavoce.info)

Una nuova strategia per l’Unione

L’Unione Europea sta mettendo a punto la sua nuova politica sul fronte dell’accoglienza dei profughi. Ancora non si è raggiunto un accordo sulla redistribuzione dei 160mila richiedenti asilo, ma intanto l’Ue ha annunciato nuove misure: indurimento della lotta agli scafisti e aiuti ai Paesi che accolgono il maggior numero di profughi siriani. L’alto rappresentante della politica estera, Federica Mogherini, a nome dell’Unione Europea ha recentemente annunciato un inasprimento della repressione nei confronti dei trasportatori di persone in cerca di asilo, definiti trafficanti di esseri umani. Il giorno successivo all’annuncio, è arrivata la notizia dell’uccisione in Libia di un presunto capo degli scafisti, con i media locali che ne hanno attribuito la responsabilità a corpi speciali italiani o europei.

L’enfasi sulla repressione del trasporto merita qualche considerazione. I richiedenti asilo non godono purtroppo di visti per attraversare le frontiere, né di accesso alle normali linee aree o navali. Per mettersi in salvo, devono trovare qualcuno che li trasporti, e per questo sono disposti a pagare. Chi dispone di un mezzo di trasporto, o può procurarselo, può ricavare ingenti profitti. Pescatori, altri operatori improvvisati, e poi reti illegali più organizzate, si sono nel tempo inseriti nel settore, formando quella che è stata definita l’“industria delle migrazioni”.
Parlare di traffico di esseri umani induce però alla confusione: i trafficanti ingannano o costringono a partire le loro vittime e poi le tengono soggiogate per sfruttarle nei luoghi di arrivo. Qui invece si tratta di sfruttare il desiderio dei profughi di raggiungere sponde sicure.

Ipocrisie e messaggi inquietanti

In realtà i governi europei, così come quello australiano, non potendo affermare in pubblico che non vogliono accogliere i richiedenti asilo, mettono sul banco degli accusati chi li trasporta. Tutt’altro che brava gente, ma non certo la causa del fenomeno. La criminalizzazione poi ha dei prezzi, tutti a carico dei profughi: posti sotto pressione, gli scafisti ricorrono a mezzi più vecchi e inadeguati, li lasciano andare alla deriva, li fanno guidare da giovanissimi reclutati nelle periferie povere delle città costiere oppure dai profughi stessi in cambio del prezzo del trasporto. Ancora peggio, stipano oltre il lecito le imbarcazioni e trascurano ogni precauzione a tutela delle persone che si affidano a loro.

Per togliere di mezzo gli scafisti e stroncare il loro traffico, facendosi carico tuttavia della protezione dei profughi, i governi dei Paesi democratici potrebbero ricorrere ad altri mezzi: canali sicuri di accesso, come da tempo richiesto dalle organizzazioni umanitarie, e accoglienza dei profughi che oggi si trovano – in numeri ben superiori a quelli europei – nei Paesi prossimi alle aree di crisi: Turchia, Libano, Giordania.

Una repressione del trasporto senza salvaguardia dei profughi trasmette un messaggio inquietante. Sembra dire: l’importante è che muoiano lontano dai nostri occhi, sotto le bombe o nel deserto, cosicché le nostre opinioni pubbliche non ne siano più turbate. Complementare alla repressione del trasporto, è un’altra misura annunciata dall’Unione Europea: la concessione di cospicui aiuti ai Paesi vicini alla Siria, ovvero quelli che ospitano per davvero masse di profughi. Le cifre, riferite al 2014 e già superate dagli eventi, sono da capogiro: Turchia 1,59 milioni, Libano 1,15 milioni, Giordania 670mila. Gli arrivi nelle isole greche, come pure il passaggio via terra dalla Turchia verso i Balcani, hanno a che fare con l’esaurimento della capacità di contenere l’ondata dei profughi da parte di questi Paesi. Le stesse agenzie umanitarie dell’Onu soffrono per mancanza di finanziamenti: nel 2015, su nove miliardi di dollari messi a bilancio ne hanno finora ricevuti meno della metà. La mossa dell’Ue su questo fronte punta dunque a localizzare il problema dei profughi nei Paesi limitrofi, sperando di limitare i nuovi arrivi. Ma non si può certo parlare di una protezione umanitaria dignitosa e capace di ridare speranza alle persone in cerca di scampo. Da tutto ciò scaturisce una riflessione di più ampia portata. Il presunto conflitto tra globalisti, araldi di un mondo senza frontiere, e localisti, difensori della purezza delle piccole patrie, quando si tratta dei profughi viene meno.

Finanzieri delle grandi banche e tecnocrati europei non sono affatto favorevoli all’eliminazione delle frontiere, quando sono chiamati ad accogliere chi fugge dalle guerre. Le istituzioni europee, condizionate a loro volta dai governi nazionali, sono tutt’altro che fredde e insensibili alle domande di chiusura di cui si fanno interpreti i movimenti xenofobi e populisti. Tengono ben distinte la circolazione dei capitali e delle merci e l’accoglienza delle persone in fuga dalle guerre. Si può benissimo essere globali negli interessi e molto locali nell’applicazione dei diritti umani. Malgrado convenzioni internazionali e costituzioni democratiche.

*Maurizio Ambrosini è docente di Sociologia delle migrazioni nell’università degli studi di Milano, dove coordina il corso di laurea in “Scienze sociali per la globalizzazione”. Insegna inoltre nell’università di Nizza. E’ responsabile scientifico del Centro studi Medì di Genova, dove dirige la rivista “Mondi migranti” e la Scuola estiva di Sociologia delle migrazioni. E’ autore di Sociologia delle migrazioni, manuale adottato in parecchie università italiane.. Suoi articoli e saggi sono usciti in riviste e volumi in inglese, spagnolo, francese, tedesco, portoghese e cinese. Ha pubblicato ultimamente: Non passa lo straniero? Le politiche migratorie tra sovranità nazionale e diritti umani (Cittadella, 2014); Migrazioni irregolari e welfare invisibile. Il lavoro di cura attraverso le frontiere (Il Mulino, 2013) e curato Governare città plurali (FrancoAngeli, 2012) e Perdere e ritrovare il lavoro (Il Mulino, 2014).