Sono giorni decisivi sul nuovo caso Palermo dopo che la maxi inchiesta sulla gestione dei beni confiscati alla mafia ha decapitato la sezione specializzata del tribunale del capoluogo siciliano. Due giorni fa la prima commissione del Csm ha deciso di aprire d’ufficio una pratica in vista del trasferimento per incompatibilità ambientale dei cinque magistrati coinvolti. La decisione è stata assunta nella prima riunione utile dopo la missione del Csm a Palermo dove si è potuto verificare il clima di  turbamento oltre che il grave danno all’immagine dell’ordine giudiziario già prodotto dal caso. Prima che il dossier approdi al plenum, presumibilmente a fine mese, si svolgeranno alcune audizioni significative: per quella data sarà arrivata a Palazzo dei Marescialli anche la documentazione sull’entità dei rapporti sottostanti alla gestione dei beni mafiosi, probabilmente anche una parte delle intercettazioni a disposizione della procura di Caltanissetta, e ogni altro elemento utile a stabile se i magistrati coinvolti potranno restare sull’isola ma in altri distretti. O se dovranno essere trasferiti più lontano.

Il Csm può disporre il trasferimento dei magistrati coinvolti per incompatibilità ambientale a prescindere dagli esiti dell’inchiesta penale: il trasferimento delle toghe è infatti attivabile d’ufficio quando non  possono, nella sede che occupano, amministrare giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario, addirittura indipendente dalla loro colpa e a prescindere dunque dall’esito dell’inchiesta penale. Forse la loro destinazione potrebbe essere addirittura Roma dove poco prima dell’estate l’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, Silvana Saguto, adesso indagata (insieme al marito, al figlio e al padre) per corruzione, induzione e abuso d’ufficio aveva denunciato di fronte alla commissione Antimafia come tentativi di delegittimazione le polemiche seguite alle inchieste giornalistiche sulla gestione dei patrimoni sottoposti a sequestro. Aveva per questo depositato un esposto all’attenzione dei parlamentari che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare. Che cosa sosteneva il magistrato poco prima che la tempesta giudiziaria esplodesse sul suo operato?

Le norme sulle incompatibilità tra giudici e i periti o i legali in materia di beni confiscati, scriveva Saguto, “sono sempre sicuramente state rispettate dalle nomine di persone con le quali si hanno rapporti di lavoro e di stima proprio per la professionalità e la bravura dimostrata nello svolgimento degli incarichi, non certo per parentele con colleghi di altri sezioni o addirittura di altri tribunali. Stiamo assistendo ad un attacco al sistema. Non può essere un caso che in un momento in cui l’attività è particolarmente incisiva viene sferrato un attacco diffondendo dati falsi sugli amministratori che si arricchiscono e sui giudici indicati come conniventi”, aggiungeva Saguto ricostruendo nella memoria per i parlamentari della commissione Antimafia l’evoluzione delle misure di prevenzione “che nascono da una felice intuizione di Pio La Torre che raccoglie la voce di tutti coloro, intellettuali come Sciascia e giudici come Giovanni Falcone hanno visto nella confisca del patrimonio mafioso uno degli strumenti più efficaci di lotta contro la criminalità organizzata”.  E infatti – proseguiva Saguto – all’inizio, e cioè nei primi anni Ottanta “pochissimi erano gli avvocati e commercialisti che accettavano di ricoprire questi incarichi”. Fatto sta che oggi i nominativi dei professionisti incaricati sono “assai numerosi e che da quando presiedo la sezione la rosa degli stessi si è molto ampliata (…). Vero è che tra questi a volte vi sono familiari di colleghi, peraltro a volte neppure conosciuti dai componenti del collegio, perchè – spiega ai parlamentari – gli stessi hanno partecipato a corsi di formazione (come quello tenuto dal Dems di Palermo, ndr) ed hanno attrezzato e indirizzato i loro studi per svolgere questa attività”.

Saguto nell’esposto all’Antimafia parla anche di suo marito, coinvolto come altri familiari dalla indagine della procura nissena, “nominato come coadiuvatore in quattro amministrazioni presso i tribunali di Agrigento, Trapani e Caltanissetta”. Un professionista con all’attivo un ampio ventaglio di incarichi, mentre “l’attività svolta per le sezioni di prevenzione è assolutamente marginale”. Quanto alle parcelle d’oro “il collegio da me presieduto si è limitato a liquidare un conguaglio” rispetto a quanto stabilito dai collegi precedenti, “molto al di sotto delle tariffe professionali che prevedono un obbligatorio riferimento al valore dei beni amministrati”. E se alcuni nomi ricorrono ciò dipende esclusivamente da una circostanza e cioè la professionalità degli incaricati: “Proprio per questo il tribunale si è trovato ad utilizzare maggiormente alcuni amministratori che hanno dimostrato maggiore capacità ed hanno attrezzato i loro studi per svolgere quella che è una professione del tutto peculiare e diversa da quella degli altri avvocati o commercialisti: è chiaro infatti che chi lavora per il tribunale non può lavorare per altri o viceversa poiché è impossibile che non si creino conflitti di interessi, non essendo peraltro sempre netto il confine tra imprenditori collusi e imprenditori onesti”.