I Taliban afghani hanno rivendicato l’abbattimento di un aereo militare C-130 americano nei pressi dell’aeroporto di Jalalabad, che ha provocato undici vittime: sei militari statunitensi e cinque contractor. La rivendicazione è arrivata con un comunicato del portavoce de gruppo terroristico, Zabihullah Mujahid, e segue l’annuncio dello U.S. Air Forces Central Command che, però, non parla di fuoco nemico.

Questo attentato è l’ultimo di una serie di attacchi che hanno riportato alta la tensione tra Taliban, da una parte, e governo di Kabul ed eserciti occidentali, dall’altra. La strategia del nuovo leader, il mullah Akhtar Mansour, subisce quindi un nuovo cambio di rotta: dopo l’apertura a un dialogo inter-afgano che escludesse gli “eserciti invasori”, i guerriglieri hanno sferrato numerosi attacchi, uno dei quali li ha portati alla temporanea conquista di Kunduz, città situata nella parte nord orientale del Paese. L’attentato di questa notte potrebbe così rallentare ulteriormente il processo di pace con Kabul.

La rivendicazione di Mujahid, che parla dell’uccisione di “15 invasori e di qualche soldato schiavo”, arriva mentre milizie Taliban continuano a portare avanti attacchi nell’area orientale dell’Afghanistan, al confine con Pakistan e Tajikistan, conquistando distretti nelle province di Badakhshan, Takhar, Baghlan e, appunto, Kunduz.

“Non c’è prova al momento che il fuoco nemico sia la causa dell’abbattimento dell’aereo”, dichiara però al Guardian il Maggiore Tony Wickman, di stanza a Bagram, aggiungendo che sono ancora in corso indagini sull’accaduto. Le modalità dell’attacco non sono quelle usate dai Taliban che raramente, con le armi a loro disposizione, riescono ad abbattere velivoli, soprattutto quelli che viaggiano ad alta quota come un aereo da trasporto C-130.

Quella organizzata dagli uomini di Mansour, comunque, è una vera campagna militare che ha permesso ai miliziani islamisti, il 28 settembre, a un anno esatto dall’insediamento del governo di Ashraf Ghani, di entrare in possesso della città di Kunduz, capoluogo dell’omonima provincia. Un avamposto di importanza strategica, crocevia dei traffici commerciali in Asia Centrale, che può essere considerato la più grande conquista degli studenti coranici dal 2001. Una città talmente importante da provocare l’immediata reazione delle forze militari afghane che, appoggiate dai bombardamenti dell’aviazione Nato e dall’intervento di truppe di terra americane, hanno subito contrattaccato, riconquistando parte del terreno perso.

Anche se i governativi riuscissero a riconquistare per intero la città di Kunduz e gli altri distretti caduti in mano alle milizie guidate da Mansour, i successi Taliban nati da quest’ultima campagna militare rappresentano comunque un atto di forza da parte dei vertici del movimento. Conquiste che risollevano l’immagine di un gruppo fino a poche settimane fa diviso sulla figura del nuovo leader, con le frange più radicali legate allo Stato Islamico che stanno crescendo e insidiando la sua leadership nel Paese.

Dopo la legittimazione del nuovo leader da parte dell’ala del movimento legata alla famiglia dell’ex guida, il mullah Omar, lo stesso Mansour aveva dato la disponibilità a un dialogo inter-afghano tra il proprio gruppo e il governo centrale di Kabul. Parole che facevano pensare all’avvio di colloqui di pace, ma alle quali è seguita la richiesta di una cacciata dal Paese degli eserciti occidentali che ancora oggi assistono e addestrano i militari afghani per il mantenimento della sicurezza. Una richiesta che Ghani non può esaudire, visto che, sia militarmente che economicamente, l’Afghanistan è ancora dipendente dalla coalizione a guida statunitense.

Twitter: @GianniRosini