Carolina Girasole 675

3 dicembre 2013 – 22 settembre 2015: 658 giorni, 21 mesi e 2 anni che valgono un incubo per Carolina Girasole. È un promettente sindaco di Isola Capo Rizzuto quando nel 2013, a seguito di un’inchiesta della Dda di Catanzaro, viene arrestata (finirà ai domiciliari) insieme al marito e ad alcuni esponenti del clan Arena per voto scambio, turbativa d’asta e abuso d’ufficio. Galeotto l’utilizzo di alcuni terreni confiscati e dati in uso sociale, 39 ettari dove la potente cosca avrebbe effettuato la raccolta dei finocchi.

L’accusa è pesante: corruzione elettorale, ovvero aver strizzato l’occhio alla ‘ndrangheta che in una regione come la Calabria per un amministratore pubblico non è cosa da poco. Salvo arrivare due anni dopo all’assoluzione in primo grado con formula piena giacché oggi, per i giudici del Tribunale di Crotone, il fatto non sussiste. Come dire: scusate, ci eravamo sbagliati. Una “giusta sentenza per un processo (dove sarà chiamato a testimoniare Don Ciotti) che non si doveva proprio celebrare” dirà a caldo la Girasole. Una vicenda kafkiana: da sindaco antimafia a presunta collusa poi assolta, che racconta di quando una menzogna viene veicolata come se fosse verità. E ora la Presidente dell’Antimafia Rosy Bindi annuncia l’apertura d’una inchiesta sull’antimafia.

Tutto si svolge ad Isola Capo Rizzuto, dove la Girasole, eletta sindaco nel 2008 con liste civiche espressione di centrosinistra, fa capolino sulla scena regionale e nazionale diventando positivo simbolo antimafia. Un luogo difficile Isola, che si divide tra zona costiera e latifondo agrario, a due passi dallo Jonio incantevole di Le Castella (secondo alcuni sito dell’omerica isola di Calypso), dove c’è l’area marina protetta più grande d’Italia. Qui la fanno da padrone gli Arena, potente ‘ndrina del crotonese specializzata nello sfruttamento dell’immigrazione (a due passi c’è il Cara Sant’Anna di Crotone), con un piede sul territorio e l’altro nell’avanzato Nord, in Lombardia, magari interessati, com’è accaduto a Cologno monzese, alla realizzazione di opere pubbliche (la Tav Milano-Venezia) o ai sub-appalti rigorosamente in nero nel campo dei trasporti e della movimentazione terra.

Una donna lasciata sola che continua a difendersi con ostinazione e garbo. Frattanto una carriera politica e una vita segnata. E se adesso provi a chiederle se vuole tornare sulla scena pubblica ti risponde, giustamente, che è spaventata. Perché il prezzo che ha pagato è terribilmente caro. Una brutta pagina della giustizia italiana, non solo della politica che ha preferito non condividere un momento negativo e l’ha lasciata al suo destino. Non è la prima in Calabria (stesso trattamento per Elisabetta Tripodi, ex sindaco di Rosarno, anche lei simbolo antimafia), si spera possa essere l’ultima giacché il Sud racconta troppo spesso di risorse umane, consapevolmente o no, dissuase se non allontanate dalle pratiche politiche. Perché in luoghi come la Calabria può finanche accadere che chi pratica il cambiamento diventi pericoloso per certo sistema sedimentato e rischia l’emarginazione.

Certo fin dall’inizio tanti e tante non hanno creduto alla sua colpevolezza ma non basta. Perché questa vicenda lascia insoluti troppi dubbi. Che giustizia è questa? C’è stato, se non complotto, quantomeno un disegno? E soprattutto, non sono forse storie di questo genere che contribuiscono, a Sud, ad indebolire le istituzioni? Perché la crescita del Mezzogiorno non si traduce soltanto nell’innalzamento del Pil. Semmai c’è una precondizione: la credibilità delle istituzioni.

Troppi processi, in Calabria e altrove, avvolti da sensazionalismo che poi si squagliano come neve al sole. Frattanto c’è di mezzo la vita, la libertà delle persone, la loro quotidianità negata. Frattanto c’è di mezzo una regione in cui su un tema così delicato, da allarme sociale – la lotta alle organizzazioni criminali – davvero non ci può permettere errori. Tantomeno orrori. Perché il rischio è quello di screditare il contrasto alla ‘ndrangheta, quello vero, che in Calabria come a Milano è tanto delicato quanto serio. Vitale. E sono tanti a praticarlo.