Storie di bunker costruiti di nascosto e di pizzerie aperte nel posto sbagliato. Storie di boss che continuano a dare istruzioni dal 41 bis e di familiari che piangono per lui. E poi studi professionali usati per riunioni tra affiliati, nell’eterno e inestricabile intreccio tra camorra, imprenditoria e politica. Gomorra, clan guidato da Michele Zagaria visto da vicino: la sorella, il nipote, i fiancheggiatori del supeboss, l’architetto che gli progettò il bunker utilizzato durante la latitanza, il costruttore che lo realizzò. Tutti finiti in carcere stamane su ordine del Gip Egle Pilla. Un’inchiesta coordinata dal pool antimafia della Procura di Napoli – pm Catello Maresca, procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli – e condotta dai Ros e dalla Squadra Mobile di Caserta, avviata da un rivolo dell’indagine Medea sugli appalti della rete idrica campana assegnati alle ditte espressione del boss.

Tra i quattro arrestati all’alba del 1 ottobre ci sono l’architetto Carmine Domenico Nocera e il muratore Francesco Nobis. Nelle carte c’è il racconto di come grazie a loro un vecchio immobile del casertano fu raso al suolo e ricostruito in villetta con annesso bunker sotterraneo per proteggere la latitanza di Zagaria. La villetta viene intestata a una prestanome, ma quando i Ros nel febbraio 2014 scoprono il bunker e lo sequestrano, il marito va dagli investigatori e vuota il sacco. Dice che lui non era quasi mai al cantiere, che il vero proprietario era un complice del boss, Antonio Zagaria, e che in pratica fece tutto l’architetto Nocera: il progetto, la richiesta di concessione edilizia, il disbrigo delle scartoffie in municipio, la consegna del denaro per la ristrutturazione. Denaro ricevuto da Antonio Zagaria. Nobis ha eseguito i lavori. L’imprenditore è accusato di favoreggiamento. L’architetto di concorso esterno in associazione camorristica.

Secondo gli investigatori, Nocera è uno di quei colletti bianchi della zona grigia tra camorra e affari: ha messo a disposizione lo studio a persone vicine al clan, le stesse persone che gli sarebbero tornate utili per ottenere incarichi di direzione lavori a Caserta “grazie all’influenza sul Sindaco di quella città ad opera del clan di Michele Zagaria”, come si legge nel capo di accusa. Inoltre, Nocera avrebbe incontrato più volte nel suo studio Zagaria durante la latitanza e gli avrebbe predisposto il contratto di locazione di un’altra villetta-bunker di Casapesenna, quella dove il boss si è nascosto dal maggio 2005 al luglio 2008. Lo rivela Generoso Restina, l’uomo che in quei tre anni è stato il vivandiere del boss di Casapesenna. Restina viveva al piano di sopra, alla luce del sole; Zagaria sotto terra. Lui gli portava il cibo e il vestiario di lusso. L’ordinanza descrive Restina come “collaboratore di giustizia”, ma in realtà non è organico al clan. Però sta parlando. Anche della sorella del boss, Gesualda, arrestata per aver riciclato le fortune della cosca, distribuite in vario modo tra i parenti che conducono stili di vita dispendiosi e incompatibili con le dichiarazioni ufficiali dei redditi. In un verbale del 30 marzo 2015 Restina spiega un curioso dettaglio: “Gesualda Zagaria iniziò una piccola attività di pizzeria nel 2007, mi pare, ma che non ebbe molta fortuna”. Le ragioni dell’insuccesso forse sono nella frase successiva: “Si trattava di una pizzeria aperta vicino al commissariato”. Difficile immaginare i poliziotti clienti della sorella del boss. “Da allora non ha più svolto alcuna attività lavorativa, per quel che mi consta ed è sempre stata mantenuta dal fratello Michele Zagaria”.

Il boss, anche per questo, ha sempre goduto in famiglia di grande stima e affetto. Gli investigatori riassumono così una conversazione intercettata sul telefono di D., una nipote di Gesualda e Michele Zagaria: “zia Gesualda gli ha dato anche 400 euro, di cui 200 a lei e 200 a Luigi, R. mostra apprezzamento per il gesto di Gesualda Zagaria, D. afferma che in questo periodo le sta dando molti soldi, una cosa esagerata, riferisce che le ha fatto anche un regalo per Natale, in più le ha pagato il biglietto (per Amsterdam), R. chiede alla figlia di andare a trovare Gesualda ogni volta che le è possibile, D. dice che lo farà il più spesso possibile e racconta che a Natale hanno mangiato tutti da Filippo (Capaldo, di Raffaele e Zagaria Beatrice) e Zio Michele (Zagaria) ha mandato una lettera nella quale faceva gli auguri a tutti i parenti, quindi la cena è iniziata con un comune pianto”. 

Filippo Capaldo, arrestato all’alba, è il nipote che avrebbe ereditato la leva del comando del clan. “Il nipote prediletto” di Michele Zagaria. Ma il boss, anche dal carcere, avrebbe continuato a dire la sua sulle questioni familiari e sugli equilibri nei rapporti tra i parenti rimasti a piede libero. Lo dimostrerebbero alcune intercettazioni dei colloqui visivi del detenuto. In uno di questi, Zagaria lancia un segnale al pm Maresca, il magistrato che ne coordinò la cattura. E’ il 26 gennaio 2012, sono trascorsi appena due mesi. Zagaria commenta col fratello e la sorella la notifica di un sequestro di 1200 euro ed evidenza così le “pressioni” degli inquirenti: “…Dico andate a parlare con Maresca e gli dite senti, se hai intenzione di qualche situazione, la devi finire, mi sono spiegato? Perché quelli stanno facendo pressione sempre per…per i soliti discorsi che hanno loro in testa no!” In altri colloqui, trascritti in altre inchieste, Zagaria minaccia pesantemente il pm e il giornalista Sandro Ruotolo, che da qualche mese vive sotto scorta.