Ressa di folla all'inaugurazione negozio TronyTranquilli, non è l’ennesimo pezzo sul recupero della tripartizione dei poteri, anche se non se ne parla mai abbastanza. No, il tema è un altro e riguarda nientepopodimenochè le strade di Roma e dintorni, argomento su cui in questi giorni si stanno versando fiumi di inchiostro misto a sale sulle piaghe aperte dell’amministrazione capitolina.

Come tutti sanno, o dovrebbero sapere, tra il ‘600 e l’800 un passaggio fondamentale della formazione umana e culturale dei rampolli dell’alta borghesia, della nobiltà e dell’arte europea era il Grand Tour, che altro non era che un bel viaggio di alcuni mesi tra le italiche meraviglie. Nella maggior parte dei casi, non essendoci ancora Whatsapp, le impressioni di viaggio erano affidate a un diario, spesso arricchito da schizzi, scorci, vedute, ecc, la cui qualità dipendeva dallo spessore del viaggiatore. È altrettanto noto a tutti, o dovrebbe, che il più sublime di questi resoconti è quello di Goethe, redatto più o meno nella seconda decade del XIX secolo, libro la cui lettura, en passant, renderei obbligatoria in tutte le medie superiori dello Stivale e delle Isole, ma è un’altra storia.

A questa regola non si era sottratto, quasi un secolo prima del genio di Francoforte, il barone Charles Louis De Secondat, nome d’arte Montesquieu, personaggio il cui pensiero, dopo trecento anni, influenza ancora una discreta parte della nostra vita quotidiana.

Non siate impazienti, ora arriviamo al dunque. Insomma, arrivato dopo varie peripezie in quel di Roma, con i mezzi dell’epoca, il nostro eroe si spertica, e qui la faccenda comincia a farsi involontariamente comica per noi che leggiamo oggi, in lodi sulla qualità delle strade dello Stato del Vaticano, fatte, sue testuali parole, per essere percorse comodamente e, soprattutto, per durare nel tempo. La gag non finisce qui: il grande pensatore sostiene che la vista di quelle strade avrebbe fatto arricciare il naso a ben più di un appaltatore francese, il quale, di fronte a infrastrutture tanto solide e ben realizzate, avrebbe nel suo Paese visto sfumare la sua più lucrosa fonte di guadagno, il mantenimento periodico delle strade, il cui degrado era evidentemente ben programmato.

Ora, non vorrei scomodare a sproposito il Sommo Poeta, ma io in questa vicenda ci vedo una sorta di contrappasso: è possibile che oggi stiamo scontando una pena analoga per contrario al fatto che i papi costruissero troppo bene le strade dei loro domini secolari?

Insomma, dopo che è successo? Non è che i piemontesi, parenti neanche troppo alla lontana dei francesi, hanno importato le buone usanze transalpine e hanno cominciato a infiltrare nelle fila dei bravi mastri nostrani furbastri appaltatori parigini?

D’altra parte, le chiacchiere stanno a zero, ormai la frittata è bell’è fatta. Lunedì 27 luglio dovevo tornare da Terracina a Roma col mio fido mezzo a due ruote. Generalmente, quando vengo da quei lidi, evito la Statale Pontina come Ebola. Quel giorno però pensai che in fondo era lunedì e che un gran movimento di veicoli non doveva esserci, soprattutto rientrando nella Capitale verso le nove di sera. Fui premiato per la scelta. La libidine di poter percorrere con pacata lentezza e la compagnia del borbottio del bicilindrico, stile Easy Raider, una delle più assassine strade italiane, completamente vuota, era indicibile. Ma il contrappasso era in agguato: all’altezza del bivio di Pratica di Mare mi accolse un inferno di lamiere roventi immobili, luci di stop e di frecce lampeggianti, clacson rabbiosi attraversavano la dolce quiete di una sera estiva dell’agro pontino. Non si passava neanche in moto. Ho pensato, un incidente. No! Lavori in corso. Ma come, alla fine di luglio, col traffico che c’è in quel periodo? Beh, forse si tratta solo di un breve restringimento di carreggiata, un’emergenza, lo superiamo e poi, via! No! Tutto il tratto a due virgola cinque corsie in ingresso a Roma, dal bivio di Pratica di Mare fino alla confluenza con la Colombo, dico tutto! Chiuso clamorosamente al traffico, roba da non meno di 6 o 7 chilometri. Le macchine dirottate su complanari ai limiti della mulattiera, la gente inferocita che, non sapendo come sfogare la frustrazione se la prendeva col vicino di macchina reo di avere fregato mezzo metro, con discussioni pericolosamente vicine alla cacciavitata.

Ci misi di più da lì ad arrivare a casa che non da Terracina a Pomezia. Distrutto, accaldato, con la frizione che emanava un gradevole aroma di gomma bruciata, parcheggiai sotto casa pensando con affetto e simpatia alle stazioni appaltanti del Papa Re.