Lo sport come strumento di integrazione e di inclusione sociale. E’ con questi presupposti che è nata la Pagi, squadra di calcio, composta da soli richiedenti asilo. La realtà calcistica, creata a Sassari e iscritta regolarmente al campionato regionale di Seconda Categoria, è una formazione interamente costituita da profughi. Tutti migranti, tutti fuggiti da guerre e persecuzioni, arrivati in Italia sfidando le onde del Mar Mediterraneo. Ora vivono a Sassari, e sono alcuni dei trecento ospiti del centro di accoglienza, un vecchio albergo chiamato Pagi, da cui deriva il nome della squadra.

“Ho dovuto andarmene dal Mali, perché mio zio mi aveva imposto di lavorare con lui, costringendomi ad abbandonare la scuola” racconta Mariano, vent’anni, il goleador della squadra. Paese diverso ma stessa storia di sofferenza anche tra le parole di Jeffrey il portiere: “In Nigeria, mio padre è stato assassinato in quanto non condivideva il pensiero del governo, io sono dovuto scappare”. Trenta ragazzi, ognuno proveniente da un angolo diverso dell’Africa, lingue e culture che si mischiano differentemente. Si allenano e giocano in un campo vicino all’ex tribunale dei minori, ora trasformato nella nuova casa dei migranti. “Non potendo lavorare, abbiamo pensato che formare una squadra fosse un passatempo oltre che un ottimo modo di integrazione”, dice la vice presidente Fabiana Denurra.

Nel suo piccolo il mondo dello sport si sta muovendo compatto per venire incontro a questa problematica. In Italia, sono diverse infatti le realtà popolari che si impegnano per favorire l’integrazione. Per esempio, nel panorama delle categorie minori romane, c’è la Spartak Lidense, nata a Ostia l’anno scorso, la quale si fonda su valori come l’antirazzismo, l’anti sessismo e l’antifascismo. Non solo, tra le file della squadra ci sono anche diversi calciatori migranti, provenienti dal vicino centro d’accoglienza dell’Infernetto, proprio perché ogni barriera razziale, economica e sociale va abbattuta.

Non tutte le storie di migrazione finiscono in tragedia come quelle che spesso siamo abituati a leggere sui giornali. Fortunatamente c’è chi riesce a raggiungere le nostre sponde e a costruirsi un futuro, magari in un rettangolo di gioco. E’ il caso dei calciatori del Liberi Nantes, un club sia calcistico che rugbistico e composto da migranti, fondato su un campetto del quartiere Petralata e supportato per altro da Samuel Eto’o fuoriclasse camerunense, molto impegnato nella lotta al razzismo.

“Noi diciamo che Optì Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane e ora gioca titolare nella Lazio”. Si esprimeva così un anno fa Carlo Tavecchio, attuale presidente della Figc, senza sapere che quell’insulto verso i calciatori extracomunitari, sarebbe divenuto poi il nome di una squadra, il cui obiettivo sin dalla sua nascita è proprio la lotta al razzismo. L’idea nacque da un gruppo di giovani di Potenza, i quali hanno creato una squadra di soli rifugiati politici africani. Un progetto nato con le finalità di favorire l’integrazione dei migranti in un tessuto sociale, al quale poi hanno poi aderito in molti, sino a disputare il primo campionato amatoriale.

Storie di calcio, integrazione e purtroppo razzismo, arrivano anche dalla Calabria, precisamente da Rosarno, dove da due anni esiste una bella realtà chiamata Koa Bosco, una squadra formata interamente da calciatori migranti. Mente di tutto ciò è don Roberto Meduri, mentre i protagonisti sono i ragazzi stanziati nelle tendopoli della Protezione Civile di Rosarno. Giovani che durante la settimana fanno i braccianti nella piana di Gioia Tauro, raccogliendo agrumi, mentre la sera si allenano. Fare calcio in Italia non è semplice e qui la parrocchia del paese ha deciso di farlo promuovendo un messaggio di pace e coesistenza costruttiva in modo da avvicinare maggiormente questi migranti alla società e farli sentire coinvolti nella comunità. Lo scorso maggio la loro storia si è trasformata in un trionfo, in quanto hanno scritto una delle pagine più belle del calcio italiano, conquistando la promozione in Seconda Categoria.

Anche l’Afro Napoli United è una di quelle realtà calcistiche che hanno deciso di contrastare le discriminazioni. Nata nel 2009, da un gruppo di amici napoletani e senegalesi, oggi la squadra è composta dalle nazionalità più disparate: Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria, Capo Verde, Tunisia ma anche giovani sudamericani, ragazzi napoletani e qualcuno dell’Est. Una realtà multietnica nata per promuovere l’integrazione e dare un calcio al razzismo.