carceri pezzo

“I delinquenti sono dei malati, e come tali vanno curati”. Così diceva Ghandi. Passano gli anni ma il concetto di esecuzione della pena non evolve, complice anche l’informazione che affronta in maniera sempre più aggressiva i temi della sicurezza. Prevale la retorica della tolleranza zero, che inevitabilmente si trasforma nel suo opposto, vale a dire in intolleranza selettiva e repressione mirata. Basta osservare i detenuti per capire la selettività delle attività della polizia e dei tribunali, orientate ormai alla gestione delle categorie sociali problematiche, dagli immigrati ai tossicodipendenti. E mentre le strategie penali riaffermano la gerarchia e il controllo sulle categorie sociali più povere, la composizione della popolazione detenuta simboleggia questa divisione materiale associando ineguaglianza e identità deboli. C’è nella società il problema del desiderio di punire, che conosciamo purtroppo o fin troppo bene, anche se è fuori da ogni legge, da qualsiasi regola, da qualsiasi principio scritto. La soluzione a tutti i mali della società? Buttiamo la chiave, secondo gli adepti delle strategie securitarie. Con queste immagini releghiamo ad un luogo lontanissimo questa realtà.

Sono i numeri, però, a smentire l’assioma che più carcere equivale a più sicurezza sociale. E questa volta a dare i numeri è il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che durante l’incontro tenutosi a Napoli il 9 giugno 2015 nell’ambito dell’iniziativa “Stati Generali sulla Giustizia”, ha dichiarato: “Il nostro Paese spende ogni anno tre miliardi di euro per l’esecuzione della pena, tuttavia l’Italia rimane lo Stato con il più alto tasso di recidiva tra i Paesi dell’Unione Europea”, questo significa che “il carcere è criminogeno, e il sistema delle pene deve essere ripensato”.

E’ un terreno paludoso. Occorre affrontarlo con sguardo critico ed estrema attenzione per non farsi ingannare dai luoghi comuni, il risultato dell’analisi potrebbe trasformarci in gregari delle opinioni altrui, anche quando il paradosso diviene dogma. Il compito è quello di riportare il dibattito a ragionevolezza ed equilibrio, perché l’unica maniera per annientare il mostro è affrontare le cause che lo creano. La prima domanda che ci dovremmo porre è se effettivamente la prigione sia un deterrente, senza falsi moralismi o sentimentalismi facili. La prigione che raccoglie i “rifiuti umani” della società di mercato, rischia di restituire alla libertà uomini non pronti ad affrontarla, perché la galera che conosciamo insegna una cosa sola: come sopravvivere alla galera stessa. E gli espedienti adottati per sopravvivere hanno del tragicomico.

L’obiettivo finale è racchiuso nella frase a cui tutti aspirano e vorrebbero poter leggere nella propria relazione comportamentale: “Il soggetto è pervenuto ad una revisione critica del proprio operato”. E’ la chiave che apre le porte. Praticamente: eccomi, sono come tu mi vuoi. Educato, rispettoso, untuosamente disponibile, praticamente una persona affidabile. Pronto e meritevole di piccoli privilegi nel rapporto di potere esistente nella comunità carceraria.

Ma una passeggiata tra i corridoi delle sezioni oppure ai cortili “dell’aria” potrebbe chiarire le idee a gran parte dell’opinione pubblica, ma anche a molti addetti ai lavori. Si potrebbe osservare un pezzo di umanità occupata nella replica della commedia grottesca che quotidianamente va in scena. Nessun detenuto parla criticamente del proprio reato, anzi, al contrario, sono tante le persone detenute che cominciano a sentirsi vittime del sistema. La tendenza è quella di assegnare sempre la responsabilità ad un “altrove” e non assumerla in proprio.

Qualcuno si trascina, dimentico e attardato, come il soldato sperso nella foresta e ignaro della pace, a cui nessuno ha detto che la guerra è finita.

In quella sua missione sociologica, in quella sua utopia, è diventato il prodotto generato dall’attuale sistema di espiazione delle pene: un malato di malavita che non potrà più vivere in altro luogo che non sia la galera. Un malato, da curare, come diceva Ghandi. Personaggi che hanno del grottesco, quelli che non hanno paura dell’isolamento perché sono dei duri; per loro i rapporti disciplinari equivalgono a medaglie appuntate al bavero della giacca, da esibire e far lustrare alle nuove leve della criminalità.

Il copione è sempre lo stesso, con poche varianti; cambia il capocomico, cambiano i teatranti, ma lo spettacolo va in scena con ruoli che paiono ideati dalla mente di un occulto regista. Protetti dalle quattro mura raccontano di ricchezze iperboliche momentaneamente sotto sequestro e millantano conoscenze di ogni livello. Il comune denominatore sono i soldi, che ovviamente piacciono a tutti, ma nessuno pronto ad ammettere che di tutti i disastri combinati non gli è rimasto nulla, nemmeno il minimo indispensabile che consenta alla famiglia di sopravvivere.

Tossici, ladri di biciclette, “zanza” (truffatori), rapinatori, assassini e spacciatori, tutti insieme e appassionatamente impegnati quotidianamente a ripassare la parte, a studiare il copione. Come nell’inferno di Dante, si creano i gironi e nessuno vorrebbe appartenere all’ultimo, dove sono collocati gli orchi, i pedofili, i mangiabambini.

Quindi gli “zanza” si sentono al vertice della piramide, ritengono eccessiva la condanna subita ed ingiusto trovarsi in

carcere perché, in fin dei conti, “non abbiamo fatto del male a nessuno. Ma, a loro volta, pongono dei distinguo, perché c’è zanza e zanza: c’è il truffatore internazionale, che si destreggia tra bond, fidejussioni e mega-operazioni finanziarie (senza mai portarne a termine una)”, il “sola di classe”, quello che “non ho mai portato via soldi ad un privato, solo alle banche e all’erario” -una specie di Robin Hood insomma- che tutti ascoltano a bocca aperta perché dotato di dialettica fluente; poi c’è il truffatore di vecchiette, quello che entra in casa per controllare le perdite di gas e si fa consegnare i gioielli dalle malcapitate, ultima delle sotto-categorie di truffatore.

I rapinatori guardano con disprezzo gli zanza, perché dal loro punto di vista, sono dei rapinatori mancati, che non hanno il coraggio di entrare in banca armati. I trafficanti di droga snobbano zanza e rapinatori, ritengono di non aver commesso un reato grave in quanto –dal loro punto di vista– “la droga equivale a tabacco e liquori, dov’è la differenza? Perché lo Stato deve guadagnare con il monopolio e le accise e noi non dovremmo guadagnare con la cocaina?”. Ci sono poi i corrieri internazionali, che pensano di essere “solo” dei trasportatori, e non anelli della stessa catena che arriva fino a “quei bastardi che spacciano davanti alle scuole”.

L’elenco delle categorie e sottocategorie è lungo, perché c’è sempre l’esigenza di individuare un peggio, una categoria inferiore dalla quale prendere le distanze; serve per sentirsi meglio ma in realtà è un alibi per non fare i conti con sé stessi e con il proprio fallimento.

Secondo la Costituzione, le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Come si può pretendere di rieducare un individuo al quale si interrompe il corso della vita, conquistata tra enormi difficoltà, per fargli scontare una pena che lo renderà un “morto a tempo”, carico di rabbia e risentimento verso l’istituzione che gli nega la possibilità di continuare ad essere padre, marito e figlio a tanti anni di distanza? Quale rieducazione può offrire l’attuale sistema di espiazione della pena in carcere, se lo si obbliga ad entrare nella logica della finzione scenica? Non avrebbe più senso una pena equa, certa e pronta?

In questo meccanismo c’è qualcosa che non va. Manca il rapporto diretto tra chi dovrebbe rieducare e i “maleducati”; mancano i fondi, di conseguenza manca il personale, mancano le occasioni di confronto, non ci sono gli spazi comuni che consentano agli educatori di “osservare” lo stato d’avanzamento del “trattamento individualizzato” che <<deve rispondere ai particolari bisogni della personalità di ciascun soggetto” .

Il risultato lo si intuisce osservando la variegata “fauna” che popola le prigioni in condizioni di cattività: un fallimento certificato dai dati. Questo modello di prigione non soddisfa alcuna delle esigenze sociali: non rieduca, non riduce il livello di criminalità, non è un deterrente.

E allora? Allora è da abolire, chiudere, come gli Opg. Perciò ben venga una misura straordinaria di amnistia e indulto, per fermarsi e ricominciare da capo. Conviene a tutti, anche a quelli che vorrebbero “buttare la chiave”.

di Claudio Bottan

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