trivelle mare 675

“Shell will now cease further exploration activity in offshore Alaska for the foreseeable future. This decision reflects both the Burger J well result, the high costs associated with the project, and the challenging and unpredictable federal regulatory environment in offshore Alaska”
Annuncio ufficiale della Shell, 28 Settembre 2015

La Shell abbandona volontariamente le trivelle in Artico, secondo un annuncio del 28 Settembre 2015. Fino a non molto tempo fa la ditta olandese aveva osannato l’enorme potenziale di petrolio e di gas nei mari del Polo Nord, e anzi per tre anni ha cercato in ogni modo di bucare l’Artico, di ottenere permessi e di vincere la battaglia dell’opinone pubblica, spendendo e spandendo in ogni direzione. In questi giorni improvvisamente, cambia tutto.

I nostri eroi annunciano infatti di avere trovato poco petrolio e gas e che per questo si ritirano dall’Artico per il futuro prossimo. Avevano investito almeno sette miliardi di dollari. Di certo, quanti che siano stati i miliardi spesi, la battaglia dell’opinione pubblica non l’hanno vinta mai. Gli investitori sono preoccupati del calo dei prezzi di petrolio, e pensano che siano investimenti rischiosi, non tanto per l’ambiente quanto per i costi. Si parla addirittura di una fusione con la Bg, altra ditta petrolifera. Trivellare in Artico non è questione da poco, ci sono iceberg della stessa dimensione che l’isola di Manhattan e nessuno mai saprebbe cosa fare in caso di incidente o di perdite fra i ghiacci perenni.

Così annunciano che di petrolio, nel pozzo Burger J del Chukchi Sea ce n’è poco e chiudono baracca e burattini. Interessante che ci sono voluti ben sette miliardi di dollari e anni di errori, incidenti e pure denunce per violazioni alla sicurezza nei tentativi passati per arrivare a questa conclusione.

L’annuncio delle attività in Artico potrebbe costargliene altri quattro miliardi.

Un altro possibile motivo della chiusura rapida del capitolo “Shell in Artico” è dovuta al fatto che il Ceo della ditta, Ben van Beurden, si sentisse in difficoltà nelle discussioni internazionali sui cambiamenti climatici dove lui – e la Shell – vorrebbero avere un posto di ruolo. In queste discussioni infatti, le trivelle petrolifere in Artico sono sempre additate come esempio di non compatibilità della Shell con il desiderio di fermare i cambiamenti climatici.

E quindi, non è che la Shell vuole mollare gli idrocarburi, è solo che invece del petrolio le è più conveniente propinarci il solito “gas naturale di transizione”. In pratica, si sono fatti un po’ di conti, e vendere gas come appunto metodo di transizione e tenersi l’immagine di ditta impegnata contro i cambiamenti climatici è più redditizio per loro che estrarre petrolio in Artico.  E poi ci sono i permessi governativi. Obama ha autorizzato le trivelle in Alaska, ma ha pian piano posto limiti sempre più stringenti. E poi c’è lo spettro Hillary Clinton, che ha già detto di essere contraria alle perforazioni di Artico. Questo crea ancora maggiori incertezze per la Shell per il medio termine, se Hillary Clinton dovesse vincere le elezioni del 2016.

Ad ogni modo è una sconfitta pesante per la Shell, considerati gli investimenti fatti e la figuraccia a livello planetario. E’ invece una vittoria per tutti quelli che si sono impegnati per tre anni per fermarli, anni in cui la Shell ha visto la sua immagine crollare a picco. Dai kayaktivisti di Seattle fino alla Lego che li ha mollati dal loro set di costruzioni grazie alle proteste da parte di mezzo mondo, non ci sono stati miliardi che hanno tenuto. . E cosi sono salve balene, orsi e trichechi, e un po anche le generazioni future.

Un altro passo in avanti.