Shanghai è tutto un grattacielo, a mostrare che la Cina sta ormai ben dentro la civiltà industriale; con enormi problemi, ma ci sta. Le alte torri non hanno niente da invidiare a quelle di Manhattan, semmai stupiscono di più per le cascate di luci che puntualmente, dalle 20 alle 23, strapazzano le esibizioni della Tour Eiffel. E tu lì ad occhi aperti e naso chiuso perché l’elettricità delle centrali a carbone produce più smog dei diesel Volkswagen e tutti qui hanno la app che mostra il grafico delle polveri sottili, così si intossicano comunque, ma consapevolmente.

Quello che fra tante luci non si lascia intravedere è per ora il profilo culturale di questa Cina. Di sicuro, a giudicare dallo zapping e dai cartelloni pubblicitari, l’identità non la vedi in tv dove ritrovi i format globali (avvistati anche il clone di C’è Posta per te e l’applicativo locale Chinese Idol col Fedez e il Morgan della situazione che si esibiscono in giuria, i cantanti super pop e via rigirandosi nello scontato collaudato). Nelle sale cinematografiche impazza il genere Fast and Furious, ti ritrovi Bruce Willis che fa il duro in lingua mandarina (e coi sottotitoli, come s’usa da quelle parti dove le lingue parlate sono molte ed è la scrittura che riunisce), vedi arzigogolati innesti dello star system Usa (i crociati Cage e Christensen che, roba che neanche Ciccio e Franco, si ritrovano crociati in Cina). E non mancano i B movie, remake di sceneggiature americane che semplicemente rovesciano i colori: le carogne sono di pelle bianca mentre la parte dei buoni tocca ai musi gialli. Insomma, comunque la rigiri è tutta una imitazione o un mettersi al rimorchio dello show business Usa, come già dell’urbanistica di Manhattan.

A questo punto non devi cadere nella tentazione di farti sembrare tutto come l’Alberto “wanagana” Sordi di “spaghetto, me te magno”. Perché sai che la Cina è troppo grande, grossa e spessa per darne letture sbrigative. E può darsi che gli stessi cinesi si sentano ormai un po’ troppo Nando Meniconi a forza di starsene a rimorchio del socio yankee e forse per questo hanno preso a citare frequentemente (sentiti in tv) l’orizzonte strategico della Via della Seta. La Via della Seta, come è noto, procede verso occidente e riprendendo a percorrerla come nei secoli passati quando era il ponte fra Romani, Persiani e Cinesi, si incontrano tante di quelle culture che un po’ di contrappeso rispetto allo strapotere narrativo di Hollywood magari potrebbe venirne fuori.
Insomma, un modo lo dovranno pur trovare per dare un senso cinese a quegli aguzzi grattacieli di Shanghai: anche per non finirci infilzati.

Ps: Dopo questa seconda e ultima nota dalla Cina, Sciò Business torna da domani a convivere con la tv italiana, che del resto, in quanto vicenda di sussunzione, in bemolle da follower, di quella Usa, non è certo seconda a quella cinese.