Se non vi sono bastati il Datagate, Wikileaks, Snowden e i mille altri fattacci che hanno evidenziato come la privacy venga calpestata, siete subito accontentati.

Se avete adoperato Internet da sette o otto anni a questa parte, siete stati inconsapevoli bersaglio di una ciclopica attività di spionaggio a cura dei Servizi Segreti di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. In poche parole, se pensavate di passare inosservati non ci siete riusciti.

Londra, Intelligence britannica ricorda caduti di guerra

La parola chiave di oggi è “Karma Police” e l’appellativo corrisponde ad un progetto attuato dal governo britannico per spiare – alla faccia di ogni legge – qualunque utente si sia affacciato in Rete. L’operazione, ideata nel 2007 e messa in campo nel 2009, è stata affidata ai supertecnici del Government Communications HeadQuarters (Gchq), struttura equivalente alla temibile Nsa statunitense.

Il programma del Gchq ha praticamente schedato le abitudini di “qualunque utente visibile in Internet”, collezionando nel solo 2009 oltre 1,1 trilioni di eventi verificatisi online.

Quella che lo stesso organismo britannico ha definito la più grande operazione di data mining del mondo ha preso il nome dal titolo di un brano dei Radiohead, indizio questo che anche le spie amano la musica e possono rivelare un palato acustico insospettabile. Non a caso, poi, una strofa di quella canzone recita “This is what you’ll get, when you mess with us”, ovvero “Questo è quel che si ottiene se ci si confonde con noi”…

Karma Police ha preso avvio da un’altra iniziativa (la cosiddetta “Blazing Saddles”) originariamente mirata a tracciare gli ascoltatori delle emittenti radiofoniche che in webcasting (cioè trasmettendo via Internet) diffondevano messaggi di fondamentalisti islamici potenzialmente inseriti in progetti terroristici.

I documenti che hanno portato a galla questa inquietante vicenda sono stati pubblicati dal sito web The Intercept e hanno immediatamente cominciato a fare il giro del mondo. Gli analisti del Gchq, come è dato leggere sfogliando il dossier, chiamano i loro cookie “eventi che comprovano la presenza” e “identificatori dei bersagli”. I crocevia digitali tenuti d’occhio sono numerosi e “normali”: tra questi Facebook, Microsoft Live, Amazon, YouTube, Reddit, WordPress, Yahoo, Google, le cineteche virtuali per adulti YouPorn e RedTube, e persino siti di informazione come Reuters, Cnn e Bbc.

Obiettivo del rastrellamento online era la raccolta di elementi utili per la definizione del “pattern of life”, ovvero della griglia identificativa della condotta di qualsivoglia utente Internet.

Scopriremo in queste ore cos’è davvero successo. Nel frattempo possiamo scegliere se lasciarci cullare dalla rassegnazione oppure cominciare a manifestare il legittimo diritto alla nostra riservatezza in Rete. Anche stavolta farebbe piacere che chi è preposto a garantire la tutela della privacy prendesse posizione, approfondisse l’accaduto, fornisse indicazioni, spiegasse cosa fare….

La pietra nello stagno è lanciata, ma come al solito non farà altro che i soliti tre o quattro cerchi pronti a dissolversi in un attimo.

@Umberto_Rapetto