montante lupi 675

Implosione, ovvero un collasso verso l’interno, è il fenomeno che forse descrive, in termini fisici, meglio di ogni altro quello che sta accadendo all’interno della Confindustria siciliana. Questo blog, in tempi non sospetti, ha raccontato, in splendida solitudine e beccandosi pure una surreale querela, quello che negli ultimi mesi viene raccontato da autorevoli colleghi hanno a loro volta deciso di scrivere.

La domanda che va posta è perché per anni, i vari Montante e Lo Bello sono stati acriticamente portati in giro da tutti come Madonne pellegrine; processioni e folle osannati verso i nuovi eroi dell’Antimafia. Oggi emerge, in modo chiaro il colossale bluff. Eppure quelle carte truccate erano da tempo sul tavolo. Oggi finalmente ci si ricorda di chiedere conto e ragione delle sue azioni politiche anche al grande regista della farsa confindustriale siciliana. Il senatore Beppe Lumia, che ha, con accorta regia politica, gestito il ruolo degli antimafiosi di Confindustria prima nel governo di Raffaele Lombardo e quindi in quello di Rosario Crocetta, entrambi sostenuti dal Pd siciliano. Così, all’ombra dell’antimafia, si è garantita la trasformazione di un sistema di potere, nato con Cuffaro e transitato impunemente e con scarsissime perdite dal lombardismo al crocettismo.

Chiacchiere nei convegni e alle commemorazioni e affari nelle salette discrete e vellutate degli alberghi e dei palazzi di governo. Ecco cosa è stata (esprimo il mio personalissimo giudizio) la grande stagione della legalità di Confindustria in Sicilia. Affari che ruotano attorno ai rifiuti, alle Asi, oppure come quelli spiccioli spiccioli intessuti con il signor Agnello attorno ai centri di grande distribuzione, ma soprattutto gestione del potere. I padroni di Confindustria Sicilia e la loro corte hanno creato una vera e propria lobby, decidendo e dettando a prefetti e questori le loro liste dei buoni e  dei cattivi. Hanno cacciato dall’Associazione degli industriali galantuomini, colpevoli solo di non chinare la testa davanti a loro, e hanno tenuto e tengono in Confindustria indagati per mafia, come il padrone dell’informazione catanese, Mario Ciancio Sanfilippo, che tra qualche settimana dovrà presentarsi davanti al giudice per difendersi dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Senza imbarazzo alcuno Ivan Lo Bello non ha disdegnato, alcuni mesi fa, di sedersi allo stesso desco  proprio con l’imputato Ciancio, mentre la scorta, che dovrebbe proteggerlo dai feroci killer mafiosi assetati del suo sangue, lo attendeva fuori dal ristorante. Una cena finita in Parlamento grazie ad un’interrogazione del senatore  del M5S Mario Giarrusso. Interrogazione alla quale non ci è noto sia pervenuta la benché minima risposta.

Fatti raccontati e denunciati nel corso di questo anni da pochi, pochissimi, mentre la grande stampa nazionale continuava ad incensare. Di quella stagione il Corriere della Sera è stato l’house organ, assai di più del Sole 24 Ore, che pure è di proprietà di Confindustria. Il quotidiano di via Solferino ha mobilitato per anni la sua penna più brillante in Sicilia per tessere le lodi dei dioscuri.

Perché nessuno ha voluto vedere le contraddizioni che erano lì, sotto gli occhi? Perché in questi anni nessuno ha chiesto quante fossero le espulsioni per mafia, per violazione del famoso codice etico? Perché nessuno ha mai fatto domande scomode a questi signori? Molti per ingenuità, per conformismo, perché coltivavano onestamente la speranza che il cambiamento fosse reale e non la solita mascariata siciliana, altri ancora, bisogna dirlo purtroppo,  perché – come giustamente ricorda Bolzoni – erano spudoratamente a libro paga.

Non è bastata la pubblicazione su I Siciliani Giovani (onore al merito) del certificato di matrimonio di Montante, con il boss di Serradifalco a fargli da testimone, per svegliare qualcuno nei grandi giornali, è stata necessaria la mitraglia: la raffica di dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Prima chi osava porre qualche dubbio sull’antimafia confindustriale veniva coperto di contumelie, se non apertamente accusato di essere un fiancheggiatore della mafia. Persino una persona perbene come il procuratore Lari cadde in questo infelice tranello quando parlò di giornalisti che scrivevano in modo critico verso Montante e Lo Bello perché ispirati (o peggio) dalle consorterie mafiose.

Ebbene oggi a dire le stese cose che dicevano quei (pochi, anzi pochissimi) giornalisti, anzi a dire molto peggio, è un uomo come Marco Venturi che a lungo è stato tra i fedelissimi dei dioscuri di Confindustria Sicilia, tanto da rappresentarli come assessore nel governo della Regione. Oggi Venturi, racconta quel mondo dal di dentro e fa denunce pesantissime, elenca fatti, nomi. Ricostruisce cosa è stata la grande stagione del potere confindustriale all’ombra dell’antimafia e soprattutto sotto l’ombrello dell’antimafia. Ce n’è abbastanza per aprire un bel po’ di inchieste giudiziarie. Ma quello è compito dei magistrati. Noi giornalisti dovremmo solo farci onestamente le domande e soprattutto farle a chi di dovere e nel momento in cui vanno fatte. Questa penosa vicenda (perché è triste vedere gente che si fa scudo di una cosa serissima come l’antimafia per fare i suoi comodi protetto da una corazza di intoccabilità) forse deve insegnare qualcosa proprio a noi giornalisti. Deve insegnarci a tenere la testa libera e gli occhi aperti, ricordandoci ogni volta che ci sediamo a scrivere che non abbiamo amici e il nostro peggiore nemico è il conformismo.