Ryan Adams non è il prototipo del cantante americano.
Non lo è mai stato, sin dal suo esordio.

Nel corso di una manciata di anni, infatti, da solo, con la sua prima band, gli Whiskeytown, coi quali flirtava con l’alt-country, con i fidi Cardinals, con chi gli capitava a tiro, nel giro di cinque anni, i primi cinque di questo millennio, il nostro ha, infatti, tirato fuori otto album, uno sproposito anche per un rocker bulimico come lui.

Ryan Adams

Gli ingredienti utilizzati quelli del sano rock, ma del rock d’autore, senza disdegnare virate verso l’alt-country, sempre quello, e anche un po’ di hard rock. Niente di troppo tamarro, intendiamoci, perché la raffinatezza alt-country ha sempre avuto il sopravvento sui muscoli e la lacca, ma Ryan è un rocker naturale, e ogni tanto ama alzare il volume degli amplificatori.

Questo nel giro dei primi anni di questo millennio. Nel mezzo, tanto per non farsi mancare nulla, tra un tour e una comparsata tv, ha anche trovato il tempo di incidere un album degli Strokes, Is this it. Sì, avete capito bene. Ryan Adams, nel 2002, ha inciso un album di cover, o meglio, ha coverizzato l’album d’esordio degli Strokes, dall’inizio alla fine. Un regalo per i fan, non si sa bene se suoi o della band di Julian Casablancas.

Passato questo momento di bumilia musicale, Ryan ha continuato a sfornare musica come se non ci fosse un domani, solo con una cadenza un po’ meno serrata. Ma non ha cambiato idea rispetto all’urgenza di fare musica, è evidente. Né ha cambiato idea rispetto alla possibilità che un artista possa reinterpretare in toto il lavoro di un collega. Gli piace Wonderwall degli Oasis? La rifà, alla sua maniera, riducendola all’essenziale, e poi se ne va pure in giro coi fratelli Gallagher, per non farsi mancare niente. Le canzoni sono lì, se sono belle perché non farle proprie?

Del resto, proprio un concetto delle uscite discografiche del tutto slegato dalle logiche di mercato lo ha più volte fatto paragonare a Wayne Coyne dei Flaming Lips, noti per aver reinterpretato, nel loro caso in maniera molto ma molto personale, Beatles e Stone Roses (ma anche Beck ha sfornato interi album di cover, per altro interassantissimi, dai Velvet Underground agli INXS, facilmente reperibili in rete).

Ryan Adams proprio nei giorni scorsi è tornato a pubblicare un lavoro in cui si cimenta in un remake, e lo ha fatto con un pezzo da novanta, Taylor Swift. Un’artista nata nel country, non proprio alt, ma sicuramente raffinato, e oggi divenuta la popstar per antonomasia, una che non sbaglia un colpo, la sola capace, l’anno scorso, di superare il milione di copie con un proprio lavoro, 1989, anzi, ha raddoppiato la cifra.

In questi giorni, quindi, esce il 1989 di Ryan Adams, su iTunes e sulle varie piattaforme streaming, a breve anche in versione fisica.

Un fatto inconsueto, perché apparentemente destinato al fallimento (perché mettersi a rifare il remake di un’opera che ha venduto così tanto così recentemente? Perché andare a confrontarsi con un’artista, la Swift, al momento ai vertici di tutte le classifiche, una che si è portata a casa così tanti premi e che, ne siamo certi, continuerà a farlo nel futuro prossimo?). Ma Ryan Adams suona perché gli va di farlo, perché sa farlo, perché questo è il suo mestiere, delle logiche di mercato, ci ha dimostrato nel tempo, gli interessa poco. Infatti Bad blood, singolone pluriplatino della Swift, sotto le sue mani diventa una ballad country, riconoscibile ma decisamente diversa dall’originale, e così avviene per tutte le tracce del blockbuster della bionda cantautrice pop.

Alt-country, quindi, ma anche rock inglese, alla Smiths, e pure sano rock americano, di quelli con cui Ryan Adams si è nutrito, su tutti John Mellencamp, Cougar e non Cougar, volendo anche un po’ di R.E.M. e di college band. Tanta roba. Sotto le mani di Ryan le canzoni della Swift diventano altro, rimanendo sempre perfette hit pop, ma assumendo colori e sonorità di una decade che non è stata solo synth-pop, e poi scorrendo in avanti, fino a oggi. Una sorta di ritorno al passato per Taylor Swift, nata in ambiti meno commerciali. Non a caso la bionda popstar ha deciso di sponsorizzare alla sua maniera questo evento, plaudendo al lavoro di Ryan e indicando proprio nel rocker americano uno dei suoi idoli di gioventù, un esempio seguito quando ha cominciato a muoversi nello showbiz, a suonare e comporre mentre ancora era una country-girl. Mossa, quest’ultima, che permette a Ryan Adams, in queste ore, di affacciarsi a una platea sterminata, venendo incoronato proprio come una vera rockstar.

Ryan è una rockstar, anche se magari il mondo non se n’è ancora accorto. Uno che il sistema lo forza e cerca di sovvertirlo, mentre Taylor Swift è la popstar delle popstar, una che il sistema ha creato e che al sistema, inteso come sistema musica, non certo come Grande Fratello, è congeniale e utile. Piccole differenze, ma significative.