Questione di approccio, e di potere: la Germania ha cambiato la linea dell’Unione europea su come reagire ai rifugiati, l’Italia cerca di usare l’emergenza per ottenere uno sconto (assai improbabile) sul deficit da 3,3 miliardi con la scusa degli sbarchi a Lampedusa. Così il governo Renzi potrà usare quei soldi per tagliare la Tasi sulla prima casa, evitare un po’ di tagli di spending review e guadagnare qualche punto nei sondaggi.

Il Consiglio europeo di ieri, per quanto arrancando incerto e farraginoso in puro stile brussellese, ha segnato un punto di svolta. Dopo che il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker aveva detto che “siamo ridicoli” se noi europei pensiamo che ricollocare dentro l’Unione 120mila rifugiati sia sufficiente, il Consiglio ha stabilito l’impegno di un miliardo di euro per “aiutarli a casa loro”, come direbbe Matteo Salvini, finanziando la Fao e l’Unhcr, due agenzie dell’Onu che si occupano di sviluppo e rifugiati.

Polizia ungherese al confine serbo effettua controlli su rifugiati e migranti

Ma il segnale politico che conta è quello di aver deciso a maggioranza, nel Consiglio dei ministri degli Interni: la ricollocazione dei rifugiati ci sarà anche se alcuni Paesi sono contrari, cioè Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania e Ungheria. Su questo ha ragione il premier Matteo Renzi, quando dice che per la prima volta la questione rifugiati è diventata una questione europea.

Si è imposto l’approccio Merkel: quello di considerare questa onda di migrazioni come un fenomeno duraturo, non un’emergenza, ma una nuova condizione strutturale dell’Europa. Lo ha detto in modo molto esplicito il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk: “Ci sono otto milioni di persone costrette a fuggire da casa in Siria, mentre quattro milioni sono già scappate nei Paesi vicini. Dobbiamo parlare di milioni di potenziali rifugiati che provano a raggiungere l’Europa, e questo soltanto dalla Siria. Per non parlare di Iraq, Afghanistan, Eritrea e altri Paesi”. In sintesi: “E’ chiaro che l’ondata più grande di rifugiati e migranti deve ancora arrivare”.

Non è certo la linea italiana: qui il governo continua a presentare il ricollocamento di pochi migliaia di migranti come la “soluzione europea al problema” e il passaggio dai Cara, cioè i centri dove stanno migranti ancora non identificati, agli “hotspot” come l’inizio della fine dell’emergenza invece che come la presa d’atto che resta strutturale.

Torniamo alla Germania. Sempre ieri, il premier della Baviera Horst Seehofer ha espresso di nuovo il suo sostegno al premier nazionalista ungherese Viktor Orbàn, considerato a Bruxelles e non solo il simbolo del rischio per la “New Europe” di essere risucchiata nelle degenerazioni del Novecento. “L’Ungheria ha bisogno di sostegno, non di critiche”, ha detto Seehofer, che è un alleato di Angela Merkel, molto dura, invece, contro Orbàm. Sono i primi sintomi di una tensione politica per ora sopita in Germania: come sempre, “Mutti”, la cancelliera, è riuscita a preparare l’opinione pubblica in modo da ottenere consenso con scelte divisive, come quella di accogliere i rifugiati siriani derogando al trattato di Dublino II (i rifugiati sono responsabilità del Paese in cui chiedono asilo). I tedeschi le hanno dato fiducia, anche sulla scelta di stanziare 6 miliardi di euro per gestire l’ondata di profughi. Ma ora aspettano di vedere se quella fiducia è stata ben riposta. Popolo pragmatico, valutano sui risultati. In città come Monaco, dove in un solo weekend sono arrivate 13mila persone, praticamente tutti gli spazi pubblici del Comune vengono ora usati per i rifugiati. Quanto può continuare?

Angela Merkel, a differenza di altri premier in Europa (vedi David Cameron), è convinta che il successo di un Paese e di chi lo governa sarà determinato in gran parte anche dalla gestione di un fenomeno che è strutturale quanto l’integrazione economica tra Paesi un tempo lontani. A Berlino fanno i conti con i 50milioni di rifugiati alle porte dell’Europa, non con gli 800mila previsti per il 2015 (comunque una massa imponente). E le conseguenze, anche molto concrete, ci sono. Basta guardare la linea sulla gestione della Siria: la Germania ha cambiato approccio, la priorità adesso è favorire una soluzione interna, arrivare a un governo di transizione che superi l’attuale conflitto tra il regime di Bashar al Assad e le varie fazioni di oppositori. Per raggiungere questo risultato, la Merkel è disposta a parlare anche con Assad, cosa ritenuta impensabile fino a poco tempo fa, visto che Assad era (ed è) considerato all’origine della tragedia umanitaria e geopolitica innescata dalla guerra civile siriana.

Questa linea richiede una maggior apertura verso la Russia: Angela Merkel era arrivata a considerare il presidente russo Vladimir Putin, di cui parla perfettamente la lingua, essendo cresciuta nella Germania Est, un pericoloso autocrate inaffidabile, dai disegni oscuri o addirittura folli. Troppe le promesse non mantenute nella crisi ucraina, le violazioni, le minacce, le bizzarrie, fino alla tragedia del jet abbattuto, quasi certamente dai combattenti filorussi in Ucraina.

La presa di consapevolezza della situazione sui rifugiati ha quindi ruotato l’asse della politica tedesca. La Germania ha approfittato del cambio di agenda – dalla pasticciatissima gestione del caso Grecia all’emergenza rifugiati – per ritrovare quella leadership che stava perdendo nella governance economica. E, con la scelta di usare in maniera pronta e un po’ disinvolta la spesa pubblica, si è anche procurata un alibi contro quanti l’accusano di prosperare sulle disgrazie altrui, comprimendo la domanda interna e vivendo di esportazioni favorite dalla debolezza di altre econome, che tengono basso il cambio dell’euro.

L’Italia, invece, non riesce a cambiare. Ma sarebbe assurdo aspettarsi un comportamento diverso da un governo che conta tra i suoi membri un sottosegretario come Giuseppe Castiglione, accusato da vari indagati nell’inchiesta Mafia Capitale di aver contribuito a organizzare la spartizione (illecita, secondo i pm) degli affari che ruotavano attorno al Cara di Mineo.

Per noi l’ondata di milioni di rifugiati e migranti economici in arrivo è solo una scusa per non rispettare i nostri impegni contabili con Bruxelles e per dare qualche altra gara senza appalto ai soliti amici degli amici.