In questi giorni è al cinema con Southpaw – l’ultima sfida nei panni di un pugile all’apice della carriera che, dopo l’improvvisa perdita della bella e giovane moglie madre della sua unica figlia, sprofonda in un abisso sempre più profondo. Abbandonati i panni del boxer Jake Gyllenhaal veste ora quello di uno scalatore nello spettacolare e drammatico “Everest“, film ispirato ad una storia vera (al cinema dal 24 settembre), che ha aperto la 72° Mostra del Cinema di Venezia, dove lo abbiamo incontrato. Jake Gyllenhaal interpreta Scott Fischer, una delle vittime della spedizione del 10 maggio 1996 in cui persero la vita 9 persone. La peggior tragedia finora avvenuta su quello che è considerato il tetto del mondo.

Per girare parte del film lei e i suoi compagni di set, Jason Clarke, Josh Brolin e il regista Baltasar Kormákur siete realmente stati sull’Everest, com’è stata questa esperienza?
E’ una dei panorami più belli che abbia mai visto ma l’Everest è un ‘esperienza difficile e quasi impossibile perché madre natura è assolutamente imprevedibile, è questo che dice il film.

Le è venuta voglia di compiere l’impresa?
Pensare di scalare l’Everest? Non ci ho mai pensato, io faccio l’attore! Mi piace spingermi agli estremi ma rispetto profondamente gli esperti nel loro campo. Una delle cose che più amo del mio lavoro è che imitandoli o seguendoli imparo anch’io.

Cosa l’ha affascinata di questa drammatica storia?
Il mio interesse si è focalizzato sempre sulle persone che hanno scalato l’Everest in questa spedizione e il perché lo hanno fatto. Penso che solo l’idea di tentare l’impresa sia già di per sé eccitante, ma la cosa più affascinante di tutte è la motivazione che spinge la gente a farlo. L’Everest stimola la domanda che è dentro di noi: cosa vogliamo realizzare nella nostra vita? Cosa dà senso alla vita?. Questa montagna, letterale o figurata, pone a tutti la questione. E’ una metafora per molti versi: Madre Natura può sopraffarci quando vuole.

E’ più difficile interpretare qualcuno realmente esistito rispetto ad un personaggio di finzione?
Quando porti al cinema qualcosa che è realmente accaduto hai un’enorme responsabilità. Ci si sente legati ad essi ma allo stesso tempo è necessario apportare la nostra versione alla situazione. In Everest sentivo il peso del personaggio. I figli di Scott erano preoccupati del modo in cui il loro padre sarebbe venuto sul grande schermo. Mi sono seduto con loro sul divano a parlare ore e ore di lui. Cercavo la sua essenza. E’ stato travolgente confrontarsi con le compagne e i figli delle vittime. Molto spesso le risposte di questi ragazzi erano piene d’amore nei confronti del padre. Credo che l’atteggiamento di Scott fosse attento e positivo e contagiasse chi aveva intorno. Non temeva la morte e questo atteggiamento generale che ha avuto per la maggior parte della sua vita – soprattutto quando scalava – lo ha reso una persona piacevole da frequentare.

Sia in Southpaw – L’ultima sfida che in Everest si è impegnato molto anche fisicamente…
Volevo essere un pugile, non sembrarlo, così mi sono allenato ogni giorno anche due volte al giorno per cinque mesi. Everest è stata una grande esperienza umana, psicologica e fisica. Abbiamo fatto un test di altitudine in un simulatore a 30.000 ft. per 10 minuti. Josh Brolin ed io abbiamo deciso di rimanere più a lungo. Ci sentivamo di poter gestire la cosa, e stavamo bene. Scherzavamo e parlavamo del fatto che non era poi così pericoloso, poi tutto ad un tratto siamo usciti dal simulatore e ci siamo sentiti male. Siamo passati dalle risate alla stanchezza e alla tristezza. E’ stata una sensazione incredibile. Abbiamo veramente capito cosa si prova a stare così in alto e come influisce sulla mente. Non riesci a pensare come sempre, al di là delle migliori intenzioni, e non riesci a recitare come faresti normalmente. Ora era molto chiaro quanto fosse difficile sopravvivere a quelle altitudini elevate.

Tra i suoi film più importanti ci sono Donnie Darko, I segreti di Brokeback Mountain, Zodiac, Lo sciacallo – Nightcrawler, in base a cosa sceglie i ruoli da interpretare?
Sono attratto dai ruoli estremi, dai personaggi ricchi di passione e di contraddizioni.

Lei è figlio di un regista e di una sceneggiatrice, ha mai pensato di intraprendere altre strade nel cinema oltre a quella dell’attore?
Penso alla regia ma adesso sono troppo impegnato come attore. In futuro vorrei tentare.

Nella sua vita qual è o qual è stata la più grande sfida, la sua vetta da scalare?
E’ difficile rispondere a questa domanda, forse cercare di essere creativi. Credo però che l’Everest sia una metafora della vita, non di una singola cosa. Secondo me è un viaggio continuo, ci sono alti e bassi. Non si tratta solo di raggiungere la cima, è la comunità la cosa fondamentale, come si interagisce con gli altri scalatori. Si vuole sempre arrivare in cima ma in realtà sono più importanti i legami che instauriamo. A volte, come nel caso di questa storia, ce ne rendiamo conto troppo tardi.