prostituzione

“Ho una proposta da fare a tutti i gnoccatravels: quanti saremo iscritti? Circa 25000? In quanti leggeranno questo sito? Secondo me anche 100.000 uomini. Cosa significa questo? Possiamo influenzare un intero mercato, perlomeno in Italia: avete presenti le aziende che si coalizzano per formare cartelli sul mercato e ottenere prezzi migliori? Noi dovremmo fare lo stesso”.

Questa proposta, lanciata dal sito gnoccatravels, community per soli uomini dove essi si confrontano, divulgano e votano i luoghi della prostituzione (legale e illegale) di tutto il mondo, è lanciata da un cliente, un uomo come tanti intorno a noi (molti dei quali con mogli e prole) che viaggia, ‘collauda’ i bordelli, compra le donne e poi le recensisce online. Ben prima del best seller Utilizzatori finali di Riccardo Iacona una blogger italiana, che scrive dalle pagine del sito Il Ricciocorno Schiattoso, ha studiato per un anno il sito (più volte segnalato per la chiusura, senza esito), e ne ha ricavato uno studio dettagliato dal quale una conclusione è innegabile: dare per scontato che si possa vendere e pagare un corpo per offrire, o acquistare, servizi sessuali incide in maniera importante e determinante sul modo di concepire le relazioni tra donne e uomini.

Chi pensa che la regolamentazione del cosiddetto ‘lavoro sessuale’ migliori le condizioni delle donne ‘lavoratrici’ dovrebbe leggere la recente inchiesta tradotta da Internazionale e l’analoga disamina delle esternazioni dei clienti, documentate qui.

Il cliente che ipotizza la class action (sarebbe interessante capire a che titolo e in che categoria si identifica) sa evidentemente che poco lontano dall’Italia, in Germania, il risultato della pressione dei ‘consumatori’ è stata vincente: i bordelli low cost di Berlino offrono la flat rate, prezzo unico per bevute, show di lap-dance e prestazioni di ogni tipo con le ragazze. Nel lupanare a buon mercato più famoso di Berlino un’ora, tutto incluso, vale 49 euro, mentre con 99 euro si può restare per tutto l’orario di apertura, no limit, per il ‘100% Sex & Drinks’.

Sia le inchieste sulle condizioni di vita delle donne che si prostituiscono, come quella dell’attivista scrittrice Lydia Cacho, sia le segnalazioni e le testimonianze delle sopravvissute (dal sito) non sembrano scalfire la decisione di Amnesty International di indicare, nel documento recente Draft Policy on Sex Work la depenalizzazione dei bordelli, e di chi li gestisce, come la strada per risolvere i problemi e favorire chi si prostituisce.

Più di 600 gruppi, nazionali ed internazionali, che operano in difesa dei diritti delle donne, tra cui la Coalizione contro la tratta delle donne (Catw) e Space international (che associa sopravvissute al commercio umano), difensori dei diritti umani, medici, attori e registi, stilisti, organizzazioni religiose e persone interessate da oltre 30 paesi hanno firmato una lettera aperta ad Amnesty International (fin qui senza risposta) per esprimere la loro costernazione per la sua proposta, che chiede la depenalizzazione dell’industria del sesso.

Il sito del Catw è impegnato a livello globale nel documentare i disastri che provocherebbe la proposta di depenalizzazione così come indicata da Amnesty, ma, almeno in Italia, il dibattito sembra inchiodato sulla parola ‘scelta’. Se le donne ‘scelgono’ (di vendersi) allora tutto va bene.

Paradossalmente questa presunta libertà, che reclama diritti, diventa volano speculare dei diritti dei consumatori, i clienti, ai quali deve essere garantito l’esercizio ‘corretto’ rispetto a quanto si paga. Che questa moderna e disincarnata giostra di diritti, doveri, scelte e libertà diventi, in carne e sangue, il fraseggio di uomini che recensiscono i bordelli e le donne online, però, dovrebbe avere qualche peso, non solo nel dibattito, ma anche nella presa di posizione della più grande organizzazione per i diritti umani al mondo. Comprare il corpo di una persona può diventare un diritto? Che ricaduta ha questo nel simbolico e nel concreto delle relazioni umane? Ad estendere il documento originale che parla di depenalizzazione c’è Douglas Fox, fondatore e partner commerciale della Christony Companions, una delle più grandi agenzie di escort della Gran Bretagna.

In un’intervista rilasciata al Guardian Fox afferma: “I think anyone who makes money from selling sex is a sex worker” (Credo che chiunque faccia soldi con la vendita di sesso sia un sex worker). Fox afferma che “quelli che voi (femministe) chiamate papponi noi li chiamiamo managers” (“what you call pimps we call managers”). Varrebbe la pena di riflettere.