Asilo nella città israeliana di Rahat, vicino al confine con la Palestina, e posti di lavoro nella locale fabbrica dell’azienda SodaStream per mille profughi siriani. La proposta avanzata dall’amministratore delegato dell’azienda, Daniel Birnbaum, e dal sindaco della più grande cittadina beduina del Paese, Talal Al-Krenawi, non tiene conto, però, delle parole del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Peccato che il capo dell’esecutivo il 6 settembre avesse chiuso le porte ai profughi provenienti dalla Siria, annunciando anche la costruzione di un muro al confine con la Giordania: “Non lasceremo che Israele sia travolto da un’ondata di rifugiati clandestini e attivisti terroristi”.

Birnbaum dice che la scelta nasce da un sentimento di solidarietà nei confronti delle centinaia di migliaia di persone colpite dal conflitto, in quanto figlio di un sopravvissuto all’olocausto. Altri però la vedono come una mossa pubblicitaria, visto che l’azienda ha attirato in passato molte critiche perché produce nei territori occupati palestinesi. Ciò che sembra inevitabile, però, è che la sua proposta sia destinata ad arenarsi davanti al pugno duro di Netanyahu. L’idea dell’amministratore delegato di SodaStream, azienda leader nei sistemi di gasatura domestica, riguardava inizialmente 200 famiglie di profughi siriani in fuga dalla guerra. Numeri molto ridotti rispetto all’emergenza presente nei Paesi dell’area che stanno accogliendo milioni di sfollati, ma che avrebbe rappresentato un passo di avvicinamento di Israele e dell’azienda verso la Siria, considerata un governo nemico.

“Ora è arrivato il tempo per i leader locali di agire verso coloro che hanno bisogno – ha dichiarato Birnbaum – Non possiamo aspettarci che i nostri politici si facciano carico di tutto l’aiuto richiesto dai rifugiati”. Il primo cittadino di Rahat, invece, ha aperto all’accoglienza di un numero maggiore di profughi in futuro: “Stiamo sperimentando un progressivo stile di vita più urbanizzato a Rahat. In ogni caso, non abbiamo abbandonato le nostre tradizioni tribali – ha commentato Al-Krenawi – La dignità umana e l’ospitalità sono i nostri valori fondamentali e non riserveremo indifferenza a chi soffre. In questa prima fase, saremo in grado di ricevere ed accogliere mille rifugiati e successivamente, grazie alla collaborazione attuale con SodaStream, ne aiuteremo molti altri. La nostra speranza è che il governo si unisca al nostro sforzo”.

Ma la volontà del premier israeliano Netanyahu è quella di chiudere le porte a profughi. “Non lasceremo che Israele sia travolto da un’ondata di rifugiati clandestini e attivisti terroristi – aveva dichiarato il primo ministro il 6 settembre, dopo le richieste dell’opposizione di accogliere i profughi – Israele non è indifferente alla tragedia umana dei migranti siriani e africani, ma Israele è uno Stato piccolo, molto piccolo, che non ha una profondità demografica e geografica ed ecco perché dobbiamo controllare le frontiere”.

E per farlo, ha annunciato la costruzione di un muro di circa 30 chilometri lungo il confine con la Giordania, tra Eilat e Timna. La proposta di SodaStream, proprio a causa della forte e già dichiarata chiusura di Netanyahu, l’ha esposta alle critiche di chi vede nelle parole di Birnbaum una trovata pubblicitaria. In passato l’azienda è stata oggetto di critiche per la sua sede di produzione di Mishor Adumim, nei territori occupati palestinesi, tanto da annunciare la chiusura del centro entro la fine de 2016. La ditta è una di quelle prese di mira dalla campagna “Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni” contro Israele, che colpisce soprattutto le aziende che producono nei territori occupati e che ha causato a SodaStream danni economici per milioni di euro e il ritiro dei prodotti da parte di Stati come Norvegia, Svezia, Danimarca e Finlandia, e importanti aziende mondiali, come John Lewis.

Twitter: @GianniRosini