GiancarloSiani

Scriveva Massimo D’Azeglio: “In tutti i modi, la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso”. E solo alcuni illustri intellettuali, del calibro di Francesco De Sanctis, ebbero la lucidità di metter nero su bianco: “Vi è per un popolo qualche cosa di più doloroso che le bastonate di Ferdinando II, ed è il vedersi messo alla berlina al cospetto di tutta Italia da uno della sua stessa terra; ed è il sentirlo innanzi a tanti suoi mali insinuare che un popolo, poco più, poco meno, ha quel che si merita”. Frasi tratte da un testo recente e molto apprezzato di Gigi Di Fiore: La nazione napoletana, edito da Utet.

Ripercorriamola, assai in breve, questa lunga storia di lotta e contatti, tra camorra e istituzioni. Che forse qualcuno troverà nuova o almeno interessante. Sempre Di Fiore, in un altro suo libro, scrive, in un paragrafo intitolato ‘La camorra diventa Stato’, che “se la mafia non stette a guardare, la camorra a Napoli sfruttò la grande opportunità dell’arrivo di Garibaldi. […] La camorra era stata considerata dai Borbone solo una temibile forma di delinquenza da reprimere”. Un potere parallelo, insomma, almeno nel periodo preunitario. Poi aggiunge: “Le cose cambiarono alla vigilia dell’arrivo di Garibaldi a Napoli: i camorristi vennero legittimati come potere sociale”. Perché il prefetto di polizia Liborio Romano “coinvolse i camorristi nel mantenimento dell’ordine pubblico”. Egli decise, in sostanza, “di ricorrere al partito del disordine, come scrisse nelle sue Memorie. Ai camorristi, che furono riconosciuti come autorità e legittimati”. “Nacque così una specie di guardia di pubblica sicurezza, come la definì proprio il prefetto di polizia. Vennero tutti armati dall’autorità costituzionale. Tra i nuovi gendarmi, c’erano ormai decine di camorristi”. Tutto questo per accogliere a Napoli Garibaldi, senza disordini. Brani tratti da Controstoria dell’unità d’Italia di Gigi Di Fiore, Bur.

Scrive, invece, Federico Pirro, in Uniti per forza (Edizioni Progedit), che ai primi del Novecento, col processo Cuocolo a Viterbo, lo Stato provò ad assestare un duro colpo alla camorra. Osservando, poi, che il regime fascista “con la camorra fu stranamente accondiscendente, al punto di amnistiare molti dei condannati di Viterbo”. E poi “nel secondo dopoguerra la camorra risorse più forte che mai grazie ai sostegni che vennero da Cosa nostra made in Usa e dei suoi pezzi da novanta di origine italiana come Lucky Luciano, dichiarato indesiderabile dalle autorità statunitensi e condannato al soggiorno obbligato proprio a Napoli: quasi un regalo alla camorra che potè così rafforzare presenza e prestigio anche a livello internazionale”. Poi il tempo scorre fino alla storia più recente della Nuova Camorra Organizzata. Un caso eclatante fu quello di Cirillo: “Nel caso Cirillo, il politico democristiano rapito dalle Brigate Rosse, l’intervento della camorra è decisivo per l’avvio di una trattativa e la successiva liberazione del prigioniero”.

Ricorre, proprio il 23 settembre 2015, l’assassinio del giornalista Giancarlo Siani, de il Mattino. Trenta anni orsono, egli fu assassinato per aver cercato di raccontare la verità, quella scomoda, sulla camorra. Non la mera cronaca.

Giancarlo Siani è una delle luminose dimostrazioni del fatto che l’antimafia è parte integrante del popolo napoletano e meridionale. Motivo di orgoglio non per il Sud ma per tutto il Paese. Dimostrazione del fatto che la narrazione della nuda verità spaventa persino più del presidio armato di un territorio. Cito, infine, senza alcun intento polemico, ma solo per amor di lessico, quanto scritto dallo scrittore Erri De Luca, in un efficacissimo tweet: “Camorra elemento costitutivo di Napoli? Come dire che le pulci sono costitutive del cane. Identificare il parassita con chi lo subisce”.