Tsipras in piazza 6

Quella di Alexis Tsipras era e rimane una vicenda paradossale, sulla falsariga de Il ruggito del topo. Ricordate? Il film del 1959 con Peter Sellers, in cui un minuscolo Granducato con le finanze a pezzi dichiara guerra agli Stati Uniti (allo scopo di riceverne gli aiuti post bellici di un mini Piano Marshall) e, per una serie incredibile di coincidenze, risulta inopinatamente vincitore del conflitto.

Questa era un po’ la trama dello scontro Grecia-Resto d’Europa dei mesi scorsi, ma con l’esito all’incontrario; stante anche il fatto che i cosiddetti socialdemocratici dell’Ue non mossero un dito in soccorso dello sfidante. A cominciare dagli stuoini merkeliani Renzi e Hollande.

Qualcuno di noi fece il tifo per il giovanotto scamiciato venuto da Atene perché poneva un problema politico reale (la lotta di liberazione dell’Europa dalle politiche di austerity); proponeva un posizionamento europeista accettabile, oltre l’impasse odierna (l’indigeribile alternativa tra guardiani dell’ordine finanziario ed eurofobia).

Certo, uno scontro impari; però i pazzi melanconici federalisti continuarono a sperare nell’evento d’improvviso: la mossa d’ingegno… l’arrivo insperato… Tipo il Settimo Cavalleggeri di Ombre Rosse (1939, con regia di John Ford).

Invece il povero Alexis risultò soltanto un dilettante allo sbaraglio e per di più sfigatissimo: sarebbe bastato che lo scandalo Volkswagen scoppiasse un po’ prima, con i suoi dieci milioni dieci di vetture taroccate, per smorzare sul nascere i sorrisetti protervi dei presunti luterani virtuosi mentre lo scalpavano. Secondo la vecchia battuta del “colpirne uno per educarne cento”, che faceva scattare sull’attenti gli impauriti mediterranei.

Ad aggiungere peso a tanta disgrazia, il leader greco ci metteva qualche ulteriore slapstick (ovvero la caduta comica da film con Cric e Croc), tipo un referendum trasformato in pistola ad acqua, alla faccia dei votanti, e un tira-e-molla sulle dimissioni con successivo rapido ritorno sulla scena; come un qualunque “rieccolo” della Prima Repubblica italiana. Tanto che domenica ha vinto ancora una volta le elezioni, ma con percentuali abbassate del 15% rispetto alla precedente tornata del gennaio scorso, una contrazione dei voti a valore assoluti di altrettanto e un’astensione elettorale che ha sfiorato la metà degli aventi diritto.

Facile la battuta: una vittoria di Pirro!

Insomma, prendiamo atto che, dopo il canonico “quarto d’ora di celebrità” alla Andy Warhol, oggi la Grecia ha perso titolo per qualsivoglia protagonismo politico e ritorna a vivacchiare nell’anonimato a cui la condannano dimensioni e peso; oltre all’insipienza del suo personale politico, che pure prometteva sfracelli. Nonché l’aver subito un piano imposto dalla Troika che non è minimamente finalizzato al suo risanamento; quanto a colmare i debiti con il sistema finanziario internazionale contraendone altri.

Comunque – nonostante tali considerazioni sul liquidatorio – il recentissimo esito elettorale assume una sua importanza, in quanto tiene accesa la fiammella dell’Altrapolitica: conferma che non è bastato umiliare senza alcun ritegno i ribelli dell’Egeo per cancellare dalla scena politica continentale posizioni che ritornano in gioco con forza: in Spagna Podemos e in Gran Bretagna il nuovo Labour. Ossia quell’idea alternativa di Europa che ritrova le ragioni della solidarietà e della democrazia, riconducendo la finanza sotto il controllo della politica.

Dunque, il messaggio di domenica è che la partita resta aperta; nonostante la iattanza di chi presumeva un’ortodossia di Bruxelles ormai senza più voci contrastanti.

L’auspicio è che i nuovi attori in campo sappiano giocare meglio la partita della rifondazione europea, mettendo a frutto il maggior peso dei Pesi che rappresentano.

Per noi italiani rimane il rammarico constatando che la nostra casella nello schieramento per il New Deal europeo continua a rimanere vuota; tra lacchè del privilegio e incendiari. Lo stesso dicasi per la Francia. Del resto non è il caso di stupirsi troppo, ritrovandosi con pomposi e logorroici carrieristi alla guida delle rispettive nazioni.