Sospinti dal cielo tutto acqua e smog di Pechino ci ritroviamo nella stanza dell’hotel all’ora dell’access prima time a dargli sotto con lo zapping, in cerca di indizi che ci parlino della Cina.
Al numero 1 del telecomando troneggia la CCTV (la Rai dei cinesi) che alle soglie del tg della sera raduna le folle col solito game show. Niente scene rutilanti né sonorità incalzanti. Al centro della scena un concorrente, che ti sembra scelto apposta per le orecchie molto a sventola e il profilo inusualmente aguzzo, emulo dell’Alberto Sordi “dentone” nei Mostri di Dino Risi. Comunque, una figura stropicciata e non fresca di parrucchiere e palestra.

Sul secondo canale, sempre della CCTV, corre il talk show, ma non quello nostro con i quasi vip in studio, la conduttrice col tacco dodici e il coro popolare a far da spalla, ma solo due signore fornite di due sedie e un tavolino a spartirle (sullo stesso canale, qualche ora dopo vedremo un varietà con tanto di lanciatore di coltelli). E poi ci sono altri sei canali, ancora della CCTV, dove corrono notizie, commenti, sollevamento pesi femminile, e ancora notizie, ma coi sottotitoli in inglese, e perfino un intero palinsesto di fatti e racconti africani (del resto sappiamo che l’Africa è strategica per la Cina).

Infine, a esaurire i nove tasti della facciata “generalista” del telecomando, compare la baldoria della tv che conosciamo, a partire dalla telenovela ambientata in una specie di Puente Viejo come ne Il Segreto. Ma qui non siamo più sul canale “Centrale”, quello che si rivolge a 1,2 miliardi di cinesi, bensì sulla tv locale di Pechino che è pubblica essa stessa (ovviamente, essendo in Cina, il concetto di tv locale è piuttosto sovradimensionato rispetto al nostro, ognuna coprendo una popolazione pari a quella di tutta la Germania dopo l’unificazione). Sulle stesse tv locali, corrono le imitazioni di Ballando con le Stelle (il noto format inglese), di Tu sì que vales (il noto format spagnolo), di Ti mando una canzone (coi bambini che cantando commuovono anche le pietre) nonché dei factual sui fatti minimi della vita e dei talent sui sogni di gloria da incoraggiare o stroncare a colpi di giurie.

Insomma, per otto canali di seguito – quelli nazionali – siamo in una tv volutamente “spenta”, tranne gli spot che sono sempre loro che sfavillano, tra autovetture e lacche per capelli, rispetto al resto. La tv locale invece somiglia a quella nostra. Sicché pare proprio che il principale messaggio che giunge dalla tv della Repubblica Popolare sia essenzialmente che il serio non deve mischiarsi col faceto, almeno per ora e chissà per quanto. Ma tranquilli, non rischiamo il contagio. Perché la Cina è lontana. Mentre è Barbara D’Urso che è vicina.