Pavia come il Colosseo. A soli tre giorni dall’assemblea sindacale programmata e autorizzata da tempo, ma che ha fatto infuriare il premier Matteo Renzi e varare un decreto ad hoc in pochi minuti, ecco che si ripresenta, stavolta in Lombardia, uno scenario che inquadra il clima di tensione creatosi attorno alla funzione pubblica e al ruolo dei sindacati. A riportare la vicenda è la Fp Cgil: l’episodio è avvenuto alla direzione territoriale del lavoro di Pavia e, come nella capitale, si parla di un’assemblea sindacale, organizzata con regolare preavviso e autorizzazione. La differenza è che stavolta il governo non si è mobilitato con decreti, Renzi non ha tuonato contro i sindacati, ma i lavoratori, spiega il sindacato, sono stati minacciati di sanzioni disciplinari “per interruzione di pubblico servizio”. Non a caso, un comunicato sindacale parla di una “strana coincidenza tra Roma e Pavia” e spiega ironicamente: “Mentre nella città eterna la cultura veniva presa in ostaggio dai sindacati, nella città lombarda toccava alla direzione territoriale del lavoro essere presa di mira dalla Cgil”.

L’assemblea sindacale in questione si è tenuta il 21 settembre. La riunione doveva tenersi dalle 10 alle 11, riferisce la Fp Cgil. Gli impiegati dovevano discutere dei cambiamenti che affronteranno con l’istituzione dell’Ispettorato nazionale del lavoro da parte del Jobs act, che coinvolgerà il personale del ministero del Lavoro, Inps e Inail. Ma qualcosa è andato storto. “Una funzionaria dell’amministrazione – racconta Americo Fimiani, coordinatore regionale Fp Cgil – ha cercato di impedire lo svolgimento della riunione, dicendo che non era stata informata. Ha parlato di provvedimenti disciplinari nei confronti dei lavoratori, paventando un’interruzione di pubblico servizio”. L’espressione, per inciso, indica un reato punibile fino a un anno di reclusione.

Eppure, l’assemblea era stata regolarmente autorizzata dal direttore della sede. In un documento datato 17 settembre, la direzione ha scritto così al sindacato: “Preso atto della convocazione dell’assemblea sindacale comunicata con la nota indicata, si pone a disposizione la sala riunioni di questa direzione per consentire lo svolgimento della medesima assemblea il giorno 21 settembre 2015, nelle ore indicate”. Insomma, come anche nel caso romano, gli organizzatori avevano dato preavviso della riunione e avevano ricevuto il benestare della direzione.

Ma qualcosa, evidentemente, non ha funzionato. “Ci deve essere stato un buco nella comunicazione tra la direzione e i funzionari, che non sapevano dell’assemblea – ipotizza Fimiani – Ma non devono essere i lavoratori a pagare per questa disorganizzazione”. Già, perché alla fine l’assemblea ha avuto luogo, spiega il sindacalista, ma con venti minuti di ritardo. Così, di conseguenza, la riunione è durata quaranta minuti anziché un’ora. “La Fp Cgil – sostiene una nota del sindacato – ha adempiuto tutti gli obblighi di legge, l’amministrazione pare di no, visto che avrebbe dovuto avvisare l’utenza dell’assemblea e dei possibili disagi durante il periodo della sua tenuta. Le eventuali inadempienze amministrative non possono e non devono ricadere sui lavoratori e sull’esercizio dei loro diritti sindacali riconosciuti dalla nostra Costituzione”.