Che ci fanno un serio giornalista con simpatie anarchiche, un sindaco di centrodestra aperto sulle questioni dell’accoglienza ai migranti, un attivista cileno dal 1975 in Italia seduti allo stesso tavolo con un agente di commercio impegnato in un comitato ambientalista, con un competente Presidente di consorzio di sindaci e con una passionale operatrice sanitaria?

Provano a ragionare insieme, provenendo da storie ed esperienze a tratti distanti in modo siderali, su come salvare il territorio dove abitano dal rischio di inquinamento della risorsa più preziosa: l’acqua. Siamo nell’Alessandrino, nella zona del basso Piemonte a meno di un’ora da Genova, tra le colline che producono il moscato e il dolcetto, rinomate anche per le terme di Acqui.

Da due anni, a ridosso della martoriata Val Bormida, tristemente nota per la tragedia dell’inquinamento causata dall’Acna di Cengio, un consorzio di 23 sindaci di varia appartenenza politica fianco a fianco con comitati ambientalisti lavorano per fermare la costruzione di una discarica da 1,7 milioni di metri cubi di rifiuti, definiti non pericolosi, nella zona del paese di Sezzadio. Qui, a dispetto della storica e cronica carenza d’acqua, c’è una falda acquifera intatta capace di abbeverare circa 50 mila persone, con una potenzialità, all’occorrenza di 200 mila persone. Va da sé che scosse di terremoto, o assestamento del terreno, potrebbero produrre falle nel sistema protettivo lasciando libero scorrimento al percolato. Lo sanno bene, in queste zone, cosa succede all’acqua inquinata, e che effetti provoca: acqua che, sottolineano, non è solo necessaria da bere, ma è indispensabile in una zona che vive di agricoltura e di turismo legato alle eccellenze della produzione agricola, uva e vino in primis, ma non solo. In questo video, realizzato per illustrare le ragioni della manifestazione organizzata dai sindaci e dai movimenti ambientalisti per il 26 settembre, ci sono le motivazioni di una mobilitazione purtroppo non nuova in Italia. Il dato molto interessante in ciò che sta accadendo è la mixitè sociale che si respira, una caratteristica che viene da lontano e offre prospettive politiche sorprendenti, che stridono con la scena istituzionale della politica governativa.

Già nel 2001 i centri sociali convivevano nella critica all’economia neoliberista con le suore comboniane e le femministe; nella lotta contro la gigantesca estensione della base militare Dal Molin (anche qui uno dei problemi era la sottrazione di acqua alla cittadinanza) sono state fianco a fianco le ragioni dell’attivismo ambientalista di sinistra con quelle di porzioni di popolazione leghista, che mai avrebbe convissuto prima con istanze no global. Lo straordinario laboratorio di crescita collettiva (ma anche individuale) è testimoniato dai racconti di alcune donne vicentine, che dettero vita ad un presidio femminista a Vicenza, raccontato in queste immagini: alcune donne, casalinghe, ammisero che non avrebbero mai pensato di scendere in piazza e fare politica.

Colpisce molto come la caduta degli steccati ideologici in questo caso non lasci il vuoto di relazione e di senso di appartenenza, ma al contrario faccia spazio per l’azione comune. Certo, si tratta di obiettivi precisi con confini chiari: acqua, territorio, salute. Probabile che su altri temi cruciali queste stesse persone abbiano posizioni e soluzioni diametralmente opposte. Ma intanto, come sottolinea la storica ambientalista italiana Laura Cima dal suo blog, le iniziative di cittadinanza attiva sui temi dei beni comuni stanno registrando delle vittorie.

L’Europarlamento ha infatti approvato l’8 settembre scorso una risoluzione che recepisce la proposta formulata dalla campagna Right2Water, che con 1,8 milioni di firme ha sollevato il tema del diritto umano all’acqua che ora deve entrare nella legislazione comunitaria. Questo voto vede per la prima volta affermarsi in modo efficace un’iniziativa Eci (European Citizens’ InitiativeI) di cittadinanza attiva europea, strumento previsto nei trattati europei. La risoluzione parlamentare approvata contiene “il diritto all’accesso e il dovere degli stati e dei governi a garantirne l’erogazione gratuita del minimo vitale e la progressività delle tariffe sulla base dei consumi; il divieto a sospendere l’erogazione a chiunque, con esplicito riferimento ai baraccati e agli immigrati; inoltre chiede che l’acqua venga tolta dalla trattativa sul Ttip (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti) e affida di nuovo un ruolo alle municipalità.

Ecco cosa ci fanno sindaci, attivisti e attiviste che forse in altri momenti sarebbero stati ai due lati del tavolo, mentre ora condividono preoccupazioni e bisogni comuni: danno una bella lezione di democrazia partecipata. E scusate se è poco.