Fare lo scemo per non andare in guerra” è un talento, per chi ce l’ha. Tanti uomini, tutt’altro che scemi, nel corso della storia hanno evitato di rischiare la pellaccia fingendosi meno capaci di quanto non fossero in realtà. Ora che, almeno dalle nostre parti, le guerre sono solo un lontano ricordo, l’antico talento non è scomparso, si è solo adeguato ai contesti e alle esigenze attuali. La televisione di casa nostra, per esempio, offre un esempio plastico di questa dote molto italica, incarnata nella figura di Claudio Lippi. Settant’anni, Lippi nasce artisticamente nella rigogliosa Milano musical-cabarettistica a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, e fa la sua onesta gavetta tra Barbapapà, ospitate in tv e musicarelli. Il successo, quello vero, arriva con l’inizio dell’avventura della tv commerciale di Berlusconi, con il Nostro che diventa un volto noto del piccolo schermo, pur senza mai eccellere. In fondo, Claudio Lippi non è un fantasista, un numero 10. È, piuttosto, un uomo d’ordine di centrocampo, da gettare nella mischia quando si vuole tenere basso il ritmo della partita. Perché il compitino lo fa, lo ha sempre fatto, e va bene così.

Il successo popolare vero, quello arriva relativamente tardi, quando Lippi ha già più di 50 anni e quasi per caso arriva a Mai dire Gol. È lì, sotto le grinfie di una Gialappa’s Band allora davvero crudele e irresistibilmente sadica con i propri conduttori, che Lippi riesce a imporre il suo marchio di fabbrica, la caratteristica principale di un modo di fare tv che lo ha portato, tra alti e bassi, fino a oggi. È la vittima sacrificale, è il goffo bravo conduttore senza chissà quale talento, che gioca a fare il travèt, creando un tipo televisivo che evidentemente funziona. Così come funziona anche accanto a un altro “uomo forte”, il Maurizio Costanzo di Buona Domenica. Anche lì, Lippi è l’uomo medio, vessato da chi ha più potere o talento. Gioco delle parti, ovviamente, perché il Nostro è tutt’altro che sprovveduto.

È una scelta di vita, oltre che professionale. Perché per restare a galla, in Italia e particolarmente nella tv italiana, tocca stare schisci, non esagerare, non mostrare chissà quali doti, perché generare invidie è un attimo, e tocca lavorare per mangiare. L’unico sussulto di un Lippi stranamente orgoglioso è del 2006, quando, per la prima volta dopo anni orfano di Costanzo, il Nostro resta a Buona Domenica sotto la nuova guida di Paola Perego (con il team di autori guidato da Cesare Lanza). Dopo trenini, caroselli e Grandi Fratelli vari ed eventuali, la misura è colma, perché va bene fare il travèt per Costanzo, santo cielo, ma per la Perego e Lanza, che avevano decisamente virato verso il trash spinto, non si può. E allora arriva il gran rifiuto, la defezione: Lippi sbatte la porta e se ne va, mostrando per la prima volta al pubblico di possedere una certa dose di personalità.

Seguono anni difficili, perché la tv è cambiata assai, e forse non è più tempo per travèt veri o presunti. Poi, piano piano, il rientro alla chetichella in Rai, con qualche programmino sciuè sciuè, poi sostituendo ogni tanto la Clerici alla Prova del Cuoco, fino alla reinvenzione (nemmeno poi così originale) del personaggio televisivo Claudio Lippi. Nella primavera del 2012, sbarca su RaiUno Tale e Quale Show, la versione italiana del format spagnolo “Tu cara me suena”, con un manipolo di vip o presunti tali pronti a imitare in tutto cantanti del passato e del presente. Conduce Carlo Conti, mentre Lippi si siede in giuria con Christian De Sica e Loretta Goggi. È la rinascita, perché la trasmissione funziona assai e, mentre tutto intorno si esibisce un variegato minimondo di imitatori improvvisati (alcuni bravissimi, altri no, ma succede), Claudio Lippi torna a imitare il personaggio che ha sempre imitato: se stesso.

Però, visto che stavolta non vuole correre rischi, esaspera ancora di più l’approccio da “capitavo per caso, che volete?”, con un buonismo di facciata portato all’eccesso. Dal 2012 a oggi (perché Tale e Quale va ancora in onda con grande successo e lui è ancora lì a fare il giudice), Lippi si è esibito in lodi esagerate, esasperate ed esasperanti nei confronti di tutti i concorrenti o quasi, soprattutto quelli che in passato hanno lavorato con lui. Non importa se siano bravi o meno, l’importante è ripetere, come un mantra stucchevole: “Sarà difficile dare i voti alla fine della puntata, non so davvero come fare”. E poi, nel solco di una tradizione antica nella tv impolverata di lippiana memoria, riecco puntuali ogni settimana i complimenti alle maestranze: “Questo è un programma fatto da truccatori, parrucchieri, macchinisti. Professionisti che lavorano dietro le quinte e il cui lavoro bisogna ricordare”. È un continuo, incessante “slurpone” che da tre anni e mezzo ci tocca sopportare.

Il finto travèt, il finto “rimbambito” (rieccolo: per non andare in guerra, ovviamente), il finto buono. Le poche uscite cattive le riserva agli assenti, soprattutto a quelli distanti dal suo mondo (l’ultimo esempio sono i tatuaggi di Fedez. Perché sì, nell’Italia televisiva del 2015 ancora fanno paura i tatuaggi). Per tutti gli altri, ma davvero tutti tutti, solo fiumi di miele. E voti alti soprattutto agli amici suoi. E così giù di punteggioni, per esempio, a una Laura Freddi che quest’anno è evidentemente la più debole del cast. Funziona così. Rimanere schisci, ricordarsi degli amici, fare gli scemi per non andare in guerra. Lisciare il pelo per il verso giusto. Per sopravvivere. Per restare a galla.