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Solo due mesi o poco più sono passati dall’entusiasmante vittoria del popolo greco al referendum sull’austerità e il clima sembra oggi molto meno entusiasmante.

Non c’era del resto da farsi troppe illusioni sulla disponibilità delle classi dirigenti europee ad abbandonare la loro fallimentare linea politica. Troppi interessi di grande peso ne animano oggi, e da tempo, le intenzioni e ne decidono le scelte. Il popolo greco è stato in pratica lasciato solo ad affrontarle ed ha dovuto battere in ritirata.

C’è chi parla di sconfitta, io preferisco l’espressione “ritirata strategica“. Certo, Tsipras e Syriza hanno dovuto ingoiare alcuni rospi ma salvaguardando importanti punti del proprio programma. La lotta all’evasione fiscale e allo spreco sono diventate decisive e dovrebbero esserlo anche per il nostro Paese, dove Renzi, cullandosi nei suoi successi del tutto immaginari e propagandistici, si guarda bene dall’avanzare proposte in merito.

La lotta contro l’austerità europea deve del resto continuare su più ampia scala, così come da me a suo tempo proposto. E’ una battaglia epocale che non riguarda solo l’Europa, come dimostrato dalla recente approvazione da parte delle Nazioni Unite di un’importante risoluzione relativa al debito estero oltre che dalla ancora più precisa presa di posizione formulata al riguardo da taluni esperti delle Nazioni Unite. Bisogna decidere, in sintesi, se a governare il mondo debbano continuare ad essere gli interessi della finanza o se debbano invece essere soddisfatti i diritti delle persone in carne ed ossa. Tutta la colossale mistificazione costruita dai neoliberisti, che vorrebbero trasformare in una sorta di legge naturale quella che invece è una precisa scelta politica a beneficio di pochi privilegiati, punta in sostanza a rendere eterno e immodificabile l’attuale iniquo e insostenibile assetto economico e finanziario. La destra economica e finanziaria che governa il mondo si basa sulla mancanza di alternative, secondo il ben noto principio Tina (there is no alternative) enunciato a suo tempo dalla signora Thatcher.

L’alternativa invece c’è e in Grecia sta muovendo, nonostante i pesanti vincoli imposti da questa Europa, i primi passi. Esistono, come afferma il ministro degli esteri greco Kotzias, spazi di manovra anche all’interno di questa situazione. Occorre agire al loro interno senza perdere di vista la dimensione continentale dello scontro, oggi acuito dal problema dei profughi.

Anche tale ultimo problema va affrontato con la consapevolezza che per risolverlo è necessario cambiare completamente la natura dell’Europa. Un’Europa che oggi destabilizza in vario modo il resto del mondo, salvo poi tentare, senza ovviamente riuscirci, di chiudersi a riccio di fronte alle ondate di disperati in cerca di sopravvivenza che la sua politica scellerata inevitabilmente determina. Un’Europa che lesina fondi e stanziamenti sia agli indigeni che ai migranti, salvo tentare di cavalcare la guerra fra poveri di cui sono specialisti Salvini ma anche purtroppo molti altri, fra i quali il presidente della Confindustria Squinzi.

Ci sono attualmente le risorse per dare a tutti la possibilità di una vita degna e per rifondare lo Stato sociale secondo principi di universalità. Ma per poterne disporre è necessario rovesciare le attuali politiche nazionali ed europee, mettendo al centro la ricerca dell’eguaglianza sostanziale e la difesa dei beni e interessi comuni. Tutto il contrario di quello che fa oggi la maggioranza dei governi, a cominciare dal nostro.

Nonostante la “ritirata strategica” di settembre abbia determinato in taluni sconcerto e disorientamento, Syriza continua a costituire la forza fondamentale cui deve essere affidato il governo della Grecia, concorrendo anche alla rifondazione della sinistra in tutto il continente europeo. Segnali positivi in questo senso non mancano, come da ultimo l’affermazione di Corbyn nel Partito laburista britannico ha dimostrato. Occorre peraltro evitare le semplificazioni demagogiche che fanno della moneta il responsabile della situazione che stiamo vivendo. Anche uscendo dall’euro la Grecia avrebbe continuato a subire i pesanti condizionamenti imposti dalle classi dirigenti europee e nell’attuale scenario dell’economia globalizzata non è pensabile costruire alternative nel ristretto cerchio degli Stati nazionali. I muri lasciamoli costruire a figuri come Orban o come Trump. Una sconfitta di Syriza non costituirebbe certo un passo avanti in questo quadro, ma, stavolta sì, una grave sconfitta. E’ quindi auspicabile che il partito di Tsipras conquisti ancora una volta la maggioranza dei suffragi alle elezioni greche.