Riforma costituzionale subito, anche a rischio di provocare una crisi di governo e andare ad elezioni anticipate. Li definisce “giorni convulsi” il presidente del Senato, Pietro Grasso. Senza nascondere che i prossimi si profilano “anche peggio”. E non potrebbe essere diversamente dopo l’avvertimento lanciato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi proprio all’indirizzo della seconda carica dello Stato: “Se il presidente del Senato riaprirà la questione dell’articolo 2 della riforma costituzionale (quello che introduce il principio della non elettività dei senatori, ndr) ascolteremo le motivazioni per cui ha riaperto e decideremo di conseguenza”. Parole che suonano come un ultimatum e che fotografano il livello di tensione, ormai al limite, raggiunto sulla spinosa materia della revisione della Costituzione. Una riforma, quella che porta in calce la firma della ministra Maria Elena Boschi, sulla quale il governo rischia grosso. Addirittura la sua continuità con lo spettro delle urne nascosto dietro le dichiarazioni del premier.

URNE BOOMERANG – C’è davvero voglia di andare subito al voto? O, piuttosto, è solo un bluff? “Una velata minaccia di elezioni anticipate, coerente con la linea di forzatura istituzionale continua che sta caratterizzando l’iter delle riforme e che ha caratterizzato quello della legge elettorale, ma che in questo contesto è semplicemente surreale – dice il bersaniano della minoranza democratica Alfredo D’Attorre parlando con ilfattoquotidiano.it – Innanzitutto perché lo scioglimento delle Camere è una prerogativa del presidente della Repubblica e non del capo del governo; inoltre, perché con il Consultellum (la legge elettorale nata dalla sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimo il Porcellum e con la quale si andrebbe al voto, ndr), non solo Renzi non riuscirebbe a tornare a Palazzo Chigi, ma diventerebbe la prima vittima del voto anticipato”.

VOTO A PERDERE – A meno di una modifica legislativa che consentisse all’Italicum di entrare in vigore prima del luglio 2016, come previsto dal testo della nuova legge elettorale. In Senato si affaccia anche questo scenario. Ma se i numeri dovessero mancare per le riforme costituzionali non è affatto scontato che ci sarebbero per cambiare l’Italicum. Senza contare lo scoglio della sessione di bilancio che sta per aprirsi e che dovrà portare entro l’anno all’approvazione della legge di stabilità. Una tappa fondamentale,  anche per le attese europee, incompatibile con lo scioglimento delle Camere. E che il presidente del Consiglio non dovrebbe trascurare. “Renzi sa bene che, in caso di crisi di governo, si andrebbe quasi certamente verso un esecutivo tecnico, magari guidato da altri, per l’approvazione della manovra – si lascia sfuggire un autorevole parlamentare della coalizione che sostiene il premier –. E se poi questo governo aprisse la prospettiva di arrivare fino al 2018 quanti parlamentari sarebbero disposti a morire renziani, affrontando l’incognita di un voto anticipato senza la certezza di essere rieletti?”.

MORTE AL SENATO – Uno scenario da incubo per il premier. Cui resta l’alternativa di un accordo con la minoranza del Pd. Che insiste nella bocciatura dell’articolo 2. “Non è affatto vero che qualsiasi riforma sia migliore di nessuna riforma. Lo dimostrano le cattive riforme della Costituzione fatte negli ultimi 15 anni: nel 2001, nel 2005 e, in ultimo, nel 2012 con l’introduzione del pareggio di bilancio – prosegue D’Attorre – Mi auguro che si arrivi ad un’intesa ragionevole per correggere il provvedimento in maniera sostanziale. Diversamente, piuttosto che tenere in piedi questo ibrido pasticciato, sarebbe meglio abolire del tutto il Senato (un emendamento in tal senso è stato presentato dal senatore Corradino Mineo della minoranza dem, ndr) costituzionalizzando la conferenza Stato-Regioni“.

PUNTO CRITICO Un’idea sulla quale, secondo il sindaco di Verona Flavio Tosi, anche il presidente del Consiglio starebbe meditando. “Renzi mi ha detto che potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di abolire il Senato – ha svelato l’ex leghista ospite di 24 Mattino su Radio 24 – Il premier dice ‘o il Senato serve a qualcosa o se non serve a nulla tanto vale toglierlo’. Dipende dalle funzioni che gli si danno: con funzioni diverse dalla Camera ha un valore, sennò no”. Un’ipotesi che il premier potrebbe rilanciare lunedì alla direzione del Partito democratico? “Non c’è alcuna intenzione di abolire completamente il Senato”, dice a ilfattoquotidiano.it il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, smentendo Tosi. “La riforma costituzionale non è monopolio  del Pd, vogliamo un accordo che escluda qualsiasi altro scenario”. Certo è, conclude Guerini, “che si può discutere di tutto ma senza tornare al punto di partenza”. Tradotto: l’articolo 2 non si tocca. Nonostante, per la minoranza dem, Pierluigi Bersani continui ad invocarne la modifica per restituire ai cittadini il diritto di scelta dei senatori.

COLPO D’ALA – Di certo, tra i fronti aperti non c’è solo quello della minoranza Pd. “Se il testo rimane così, non lo voto come non l’ho votato la prima volta”, avverte Carlo Giovanardi del Nuovo Centrodestra, partito del ministro degli Interni Angelino Alfano, parte integrante della maggioranza, che sconta però una fastidiosa fronda interna che, oltre Giovanardi, conta anche nomi pesanti, a cominciare dal presidente della commissione Agricoltura di Palazzo Madama, Roberto Formigoni. Giovanardi non fa sconti: “Avendo fatto il consigliere regionale per dodici anni, ritengo oscena la modalità di elezione dei nuovi senatori: sarebbe un semplice scambio di figurine, il nuovo Senato diventerebbe un dopolavoro”. Ma se alla fine dovesse tornare elettivo? “In questo caso Renzi dovrebbe dimettersi, ma solo da segretario del Pd”, tira le somme l’esponente del partito di Alfano. Secondo il quale “sono in parecchi” nelle file del Ncd pronti a votare contro la riforma. Assolutamente contrari ad ogni ipotesi di crisi di governo e di ritorno alle urne, infine, i verdiniani di Alleanza Liberalpopolare Autonomie. “Per come è stato concepito, il Senato è una scatola vuota senza più funzioni – spiega Vincenzo D’Anna –, ma una pessima riforma è sempre meglio delle elezioni anticipate che aprirebbero una crisi e farebbero fare all’Italia un salto nel buio”. Ma il rischio, ammette, comunque c’è. E se alla fine si tornasse alle urne? “Vogliamo essere parte del progetto liberale di cambiamento del Paese incarnato da Renzi spostando al centro l’asse del Pd – conclude D’Anna – È ciò che noi chiamiamo ‘Partito della Nazione’: un’operazione politica trasparente, a differenza di quanto dice e scrive qualcuno”.

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