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Mettete a confronto queste due notizie e capirete perché Matteo Renzi non sembra granché preoccupato dall’opposizione sferrata dalla sinistra Pd alla riforma del Senato. La prima l’abbiamo letta su molti giornali e racconta che, prima di conquistare il vertice del Labour Party, il barbuto Jeremy Corbyn ha votato 500 volte in dissenso con il suo partito nel Parlamento britannico. Certamente anche per questo oggi egli gode di così vasta popolarità a sinistra.

La seconda notizia era nascosta in un articolo del Corriere della Sera dedicato al leghista Roberto Calderoli, graziato dall’aula del Senato con l’aiuto determinante dei Democratici dall’accusa di odio razziale per alcuni disgustosi insulti rivolti all’ex ministro Cécile Kyenge, paragonata a un “orango”. Ebbene, malgrado il capogruppo Pd, Luigi Zanda, avesse lasciato “libertà di coscienza”, il bersaniano Miguel Gotor, storico autorevole e punta di lancia della minoranza antirenziana dichiara di aver votato “come ha deciso il Pd, per disciplina di partito”.

Ora, ci sarebbe molto da dire sulla disciplina di partito imposta o autoimposta. E non c’è bisogno di ricordare quanto prescrive l’articolo 67 della Costituzione secondo cui: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Si stabilisce cioè che i parlamentari eletti sono liberi di esercitare le loro funzioni senza essere obbligati a votare come ordina il partito con cui sono stati eletti. Dunque si può fare. Che poi si contino sulle dita di una mano (o forse di due), coloro che hanno esercitato il dissenso dal partito con la costanza di un Corbyn è pur vero: Furio Colombo, per esempio, lo fece ben 633 volte quando sedeva tra i banchi Pd della Camera nella penultima legislatura, in forte disaccordo con il clima di larghe intese che si andava prepotentemente affermando.

Ovviamente non fu ricandidato, cosa di cui non fece un dramma considerata anche l’anagrafe, così come fu lasciato a casa un altro incallito dissenziente, Andrea Sarubbi, cancellato, ricorda Furio, benché di giovane età e di robusta costituzione. Due erano e due non ci sono più.

Questa apparente divagazione cerca in realtà di esplorare le motivazioni profonde che spingono un illustre senatore, geloso ci mancherebbe altro della propria libertà intellettuale, a esprimersi per “disciplina di partito” a favore di chi si è macchiato di un disgustoso (è bene ripeterlo) insulto razzista: e ciò malgrado il suo capogruppo gli abbia lasciato libertà di coscienza. Non potendo pensare che Gotor condivida minimamente le oscure pulsioni del collega leghista, e che anzi ne sia schifato, ci domandiamo preoccupati se questa prodigiosa disciplina di partito annulli la volontà dei parlamentari Pd, perfino dei più ribelli, così come la kryptonite paralizzava i superpoteri di Superman. Minerale, ricordiamolo, a tal punto malefico che una volta il nostro eroe regredì fino all’infanzia e in un’altra gli crebbero improvvisamente in maniera incontrollata barba e unghie (abbiamo verificato e, fortunatamente, le unghie di Gotor sono a posto).

C’è infine, un’altra ipotesi che segnaliamo ma solo in via del tutto teorica. Che cioè la disciplina di partito sia un formidabile alibi che costringerà i rivoltosi della sinistra Pd a scendere dalle barricate se e quando Renzi, la buttiamo lì, dovesse porre la questione di fiducia sulla sua controriforma. È già successo varie altre volte, e sempre con esiti disciplinati. Del resto, ma sono solo malignità, se il governo dovesse cadere e si andasse a elezioni anticipate, quanti dissenzienti sarebbero nuovamente candidati e quanti invece sarebbero costretti a tornare alle antiche attività lavorative? Pensateci, un vero problema. Tutta colpa della kryptonite.

Il Fatto Quotidiano, 18 settembre 2015