Non basta la testimonianza di un collaboratore di giustizia, seppure attendibile, per condannare il basista di una strage. Lo sostengono i giudici della corte d’assise di Milano, motivando la sentenza con cui lo scorso 26 giugno avevano assolto Filippo Marcello Tutino, accusato dal pentito Gaspare Spatuzza di avere partecipato alla strage di via Palestro, quando il 27 luglio 1993. Quella sera, davanti al Padiglione d’Arte Contemporanea del capoluogo lombardo,  venne fatta deflagrare un’auto imbottita di esplosivo, che uccise 5 persone ferendone 12 . Secondo l’accusa, Tutino avrebbe partecipato al furto dell’auto e avrebbe fornito supporto logistico agli esecutori materiali.

Tesi smentita dai giudici della corte d’Assise, presieduta da Guido Piffer, che infatti scrivono nelle motivazioni dell’assoluzione: “le dichiarazioni rese da Gaspare Spatuzza in ordine alla strage di via Palestro, aventi anche carattere autoaccusatorio, appaiono connotate da attendibilità intrinseca in base ai criteri di precisione, coerenza, costanza e spontaneità”. Mentre “appaiono infondate le contrarie deduzioni della difesa dell’imputato”.

L’attendibilità di Spatuzza accertata anche nell’ambito di altri procedimenti sulle stragi compiute da Cosa Nostra, però, “non si deve confondere  con la verifica della sussistenza dei necessari riscontri alle dichiarazioni del collaboratore”. Nessuno tra gli elementi forniti da Spatuzza sul coinvolgimento di  Tutino i giudici “assume un valore decisivo di riscontro individualizzante” a carico dell’imputato. Così come “nessun concreto elemento è ricavabile dalle dichiarazioni” di altri collaboratori di giustizia. Nonostante la “provata appartenenza” a Cosa Nostra, quindi, i giudici hanno assolto Tutino dall’accusa di strage con la formula “per non aver commesso il fatto”. Il pm della Dda di Milano Paolo Storari, che aveva chiesto la condanna all’ergastolo, presenterà ricorso in appello. Tutino è detenuto nel carcere di Opera per la condanna inflitta dal gup di Palermo a 10 anni e otto mesi di reclusione dopo essere stato riconosciuto affiliato alla famiglia mafiosa dei Brancaccio.