Ci sono le difficoltà del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano ormai ad un bivio: convertirsi al renzismo per salire sulla scialuppa di salvataggio delle liste del Partito democratico alle prossime politiche o rischiare l’estinzione cui i sondaggi sembrerebbero condannarlo? Poi ci sono le manovre dell’ex plenipotenziario di Forza Italia, Denis Verdini, che le sta tentando tutte per rafforzare sua pattuglia senatoriale con l’obiettivo di portare i suoi pretoriani dagli attuali 10 ad almeno 20. E quelle dell’altro ex azzurro Raffaele Fitto che spera di contare di più dopo l’accordo con il sindaco di Verona Flavio Tosi. Ma c’è anche la minoranza del Partito democratico in eterno fermento mentre nel Vietnam del Senato torna in agenda la bomba ad orologeria delle riforme costituzionali. Per non parlare di Sinistra Ecologia e Libertà che rischia di perdere altri pezzi, a cominciare dal senatore Dario Stefàno. Uno scenario esplosivo dagli esiti incerti che rischia di innescare una nuova ondata di cambi di casacca, come se non bastassero i 217 (che secondo Openpolis salgono a 290 se si tiene conto dei parlamentari che hanno all’attivo più di un passaggio da un partito all’altro) registrati da inizio legislatura ad oggi. Una tendenza che su cui giocoforza rischia di influire anche l’accelerazione di Renzi sulle riforme, con il governo che rischia di non avere i numeri al Senato. Il vecchio “vizio” della transumanza, insomma, che da sempre affligge la politica italiana, sembra a breve destinato a riaffacciarsi sulla scena. E su larga scala.

ANGELINO ADDIO Lo spettro di una emorragia senza fine agita il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Fra chi è già uscito allo scoperto, come Nunzia De Girolamo, e chi sta meditando di abbandonare la barca (10-15 senatori), a breve il ministro dell’Interno rischia di ritrovarsi senza i numeri per garantire al premier l’approvazione dell’agognata riforma costituzionale. Il che farebbe saltare il progetto messo in piedi da Renzi e dallo stesso Alfano: quello di garantire, alle prossime elezioni, una quindicina di posti sicuri nelle liste del centrosinistra ai parlamentari di Area popolare (Ncd più Udc). C’è un però. Conti alla mano, infatti, il gruppo allinea oggi 69 fra deputati e senatori. Con l’accordo stretto fra il numero uno di Palazzo Chigi e Alfano ne rimarrebbero a spasso fra i 54 e i 59. Ovvio che molti di loro non l’abbiano presa bene. Durante la pausa estiva, per esempio, l’ex presidente del Senato, Renato Schifani, è tornato a calcare il terreno di Villa Certosa, residenza estiva di Berlusconi. Anche l’ex ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, si è detto contrario alla svolta a “sinistra” del partito. Mentre Roberto Formigoni e Carlo Giovanardi hanno già fatto sapere che, senza sostanziali modifiche, non voteranno il ddl Boschi. Ma, come detto, il mal di pancia ha contagiato parecchi e si lega, fra l’altro, al malcontento causato dalla riforma della legge elettorale che, nell’attuale formulazione, mette in forse l’esistenza stessa di Ncd. Al punto che uno dei big del partito come Gaetano Quagliariello, ha avvertito il premier: “O il governo accetta di rimettere mano all’Italicum o ci saranno conseguenze per le riforme perché nessuno riuscirà a convincere i senatori dissidenti di Ncd a non votare contro”. Così il fronte dei possibili “fuggiaschi” sembra destinato ad allargarsi. Da Ulisse Di Giacomo a Guido Viceconte, passando per Antonio Azzollini, Francesco Colucci, Piero Aiello, Nico D’Ascola, Tonino Gentile e Giuseppe Esposito, tutti si scaldano per giocare un tiro mancino ad Alfano prima di dargli il benservito.

COLPO D’ALA  Anche perché, ragionano molti degli “alfaniani” delusi, le alternative non mancano. Forza Italia (FI), che pure deve fare i conti con la fuoriuscita di “fittiani” e “verdiniani”, riaccoglierebbe volentieri alcuni dei parlamentari che nel 2013, dopo l’implosione del Pdl, scelsero di seguire il numero uno del Viminale. Come, del resto, ha fatto chiaramente sapere il presidente dei deputati azzurri, Renato Brunetta. Ma anche Fitto e Verdini sono in fermento. L’ex ras toscano di FI sta cercando di allargare le file della sua Ala, il nuovo gruppo che a Palazzo Madama conta già 10 senatori che lui vorrebbe portare a 20 per garantire stabilità a Renzi in cambio di una lauta ricompensa (un ministero o un sottosegretariato). Il pressing di Verdini è diventato estenuante. Tra telefonate ed sms compulsivi che hanno visto negli ultimi giorni destinatari, tra gli altri, anche il senatore ex M5S Bartolomeo Pepe e Michelino Davico. Obiettivo: annettere ad Ala l’intero gruppo Gal al Senato. Anche l’ex governatore della Puglia, leader dei Conservatori e Riformisti, non sta certo con le mani in mano. Tanto da aver già formalizzato un accordo con il sindaco di Verona e numero uno di Fare!, Flavio Tosi, per unire le forze sia alla Camera sia al Senato. “Non sarà un unico movimento politico”, spiega a ilfattoquotidiano.it un deputato vicino a Fitto, ma “un accordo che avrà come denominatore comune l’opposizione a Renzi e che potrebbe vedere il coinvolgimento di parlamentari provenienti da Nuovo centrodestra e Forza Italia”. Per il momento, dunque, alla Camera i tre “tosiani” (Matteo Bragantini, Roberto Caon ed Emanuele Prataviera) andranno a dare manforte ai 15 “fittiani”, in modo da formare il prima possibile un vero e proprio gruppo (c’è bisogno di arrivare a 20). Al Senato, invece, Raffaella Bellot, Patrizia Bisinella ed Emanuela Munerato confluiranno nella già strutturata compagine “fittiana”, ridotta al minimo sindacale dopo gli addii di Ciro Falanga ed Eva Longo (passati con Verdini). Se ne saprà di più in settimana, mentre il prossimo weekend, a Cortina, si svolgerà un convegno nel corso del quale dovrebbe essere annunciata ufficialmente la nascita della compagine a Montecitorio. Alfano è avvisato.

MINORANZA PD AL BIVIO Nel Pd, invece, ogni mossa è rimandata a dopo l’approvazione della riforma costituzionale. A Palazzo Madama la minoranza resta in fermento e non crede alle proposte di mediazione arrivate negli ultimi giorni da esponenti vicini al premier. Ma nessuno vuole parlare di “scissione”. Anche perché il rischio, spiega off the record un senatore della minoranza dem, è quello di prestare il fianco al progetto originario di Renzi: approvare il ddl Boschi anche senza i vari Gotor, Mineo, Chiti, eccetera per poi accompagnarli alla porta. “Noi vogliamo una discussione nel merito – spiega ancora il dissidente del Pd – loro no. Questa riforma costituzionale è pessima e perciò resteremo fermi sulle nostre posizioni”. Poi si vedrà. Insomma, nessuno lo dice apertamente, ma la bordata lanciata sabato scorso dal palco della festa dell’Unità di Firenze, cioè dalla “tana” di Renzi, da Gianni Cuperlo, lascia intendere invece che, a seguire le orme di Pippo Civati e Stefano Fassina potrebbero essere in molti. “Restare in questo partito – ha detto l’ex sfidante alla segreteria dem – non è un destino, è una scelta che devo rinnovare ogni giorno: se il Pd dovesse diventare il ‘Partito della Nazione’ di ispirazione centrista potrebbe non essere più la casa per tanti di noi”. E il combinato disposto tra la riforma costituzionale e l’Italicum, portate indigeste per l’intera minoranza del Partito democratico, potrebbe accelerare la diaspora. Si parla già di almeno una trentina di eletti pronti all’addio.

SINISTRA IN LIBERTÀ Anche Sel rischia di andare incontro ad una nuova emorragia. Dopo l’abbandono dei deputati Gennaro Migliore, Sergio Boccadutri, Titti Di Salvo, Ileana Piazzoni, Fabio Lavagno, Alessandro Zan, Nazzareno Pilozzi, Martina Nardi, Luigi Lacquaniti, Ferdinando Aiello e Michele Ragosta, tutti confluiti nel Pd, e Claudio Fava e Antonio Mattarelli, accomodatisi nei banchi del Misto, ora anche al Senato Dario Stefàno potrebbe andare a rafforzare le file del Partito democratico. Potrebbe, perché il presidente della giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama per ora professa cautela: non c’è “nessuna trattiva” giacché “il legame con Vendola è forte, di reciproco rispetto e lealtà”. Però “non approvo che viva questa fase in maniera defilata”. Insomma, una presa di distanze dalla linea del partito dettata dal coordinatore nazionale Nicola Fratoianni, che ha invitato ad una sorta di “tutti contro Renzi” alle prossime amministrative. Una rotta che, Stefàno a parte, potrebbe non essere condivisa anche da altri esponenti di Sel: alla lista dei richiedenti asilo tra i banchi del Pd o di altri gruppi politici ci sono infatti anche i senatori Massimo Cervellini e Luciano Uras. Per non parlare dei contraccolpi sul territorio. Dove, per l’ammutinamento, potrebbero alla fine optare il sindaco di Genova, Marco Doria, quello di Cagliari, Massimo Zedda, e il vice presidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio.

Twitter: @Antonio_Pitoni @GiorgioVelardi

 

Lettera del senatore Cervellini                                                                                                                                                                            Nell’articolo “Alfano, Verdini e Fitto: in Parlamento è tempo di transumanza”, vengo annoverato tra gli esponenti di SEL che rientrerebbero nella lista dei richiedenti asilo tra i banchi del Pd o di altri gruppi politici.                                                                               La mia posizione e il mio giudizio negativo sulla pessima proposta di riforma costituzionale da parte di questo Governo, oltre che su moltissimi altri provvedimenti – dal Jobs Act alla buona scuola, alla riforma della Rai, solo per fare alcuni esempi significativi – sono noti in tutte le sedi istituzionali e territoriali: negli interventi in Aula del Senato e in Commissione Lavori pubblici, così come nelle occasioni di dibattito pubblico cittadino ho sempre ribadito come questo Governo delle larghe intese stia definitivamente assestando, da una parte, il colpo di grazia al sistema di sviluppo di questo Paese e alla nostra Costituzione, dall’altra stia scardinando l’impianto delle tutele e dei diritti fondamentali delle persone. Se è esistita una fonte, da cui è scaturito l’articolo che mi annovera nella pletora di questa transumanza, è decisamente priva di fondamento.  Sen. Massimo Cervellini (SEL), Vice presidente della Commissione Lavori pubblici