Presa Diretta è tornata in campo occupandosi dei “partiti acchiappavoti“, cioè della politica senz’anima. Osservato speciale il Pd di Sicilia, la regione dove i seguiti personali hanno di gran lunga e da gran tempo sovrastato il “partito” (ma il fenomeno non è isolano né isolato: basti pensare al Pd romano attualmente sotto i ferri del commissariamento). Giusto in Sicilia sta accadendo che alcuni potenti e compatti “clan elettorali”, stiano entrando a bandiere spiegate nel Pd.

E noi, forzando la nostra natura, cerchiamo di non cavarcela facendo gli schizzinosi e ci limitiamo a chiederci cosa ne uscirà: un Pd clanizzato (al di là delle “questioni personali non risolte” che, parola di Alfredo Reichlin sull’Unità di oggi, tuttora lo turbano camuffandosi da questioni politiche e financo costituzionali) oppure clan che saranno metabolizzati da dinamiche di partito? O vedremo invece la formazione di qualcosa che non coincide né con la corrente idea di partito né con la mentalità e la pratica del clan?

Insomma, il tema c’era tutto, almeno per chi pensa che la democrazia e i partiti siano affari nostri. Ma è di quelli estremamente difficili da affrontare perché implica di cogliere i fenomeni “nel divenire”, e cioè in una prospettiva nella quale poco aiuta, quando non acceca, l’aiuola di idee coltivate da una vita. Da qui, lo sconcerto cognitivo e il conseguente malessere sofferto allo scorrere dei servizi di Iacona e soci. Coi “vecchi” militanti del Pd che si vedono spodestati dai sopraggiunti e proclamano il rigore morale (e cioè la necessità di piegare gli interessi ai principi) e i sopraggiunti (ex alleati di Cuffaro e Lombardo) che non celano il loro interesse per l’utilità personale e di gruppo (nella Roma dei “Casamonica”, sappiamo quanto lontano possa arrivare l’immediatismo tribale). E noi lì a chiederci se sarà mai possibile che, messi a incontrarsi e scontrarsi in uno stesso contenitore di partito, riescono entrambi a pensare più in grande, superando gli uni l’ideologismo gli altri il particolarismo e reinventandosi come attori di un riscatto nazionale.

E qui il nostro scontato scetticismo non ci aiuta né ci accontenta perché è evidente la necessità di rimescolamenti profondi, altro che nostalgia di antiche e già diroccate patrie identitarie. Insomma, la contaminazione ci pare indispensabile, ma che si traduca in avvelenamento lo temiamo, eccome. A condividere il malessere siamo stati in moltissimi: quei sei milioni che si sono affacciati sul programma. Però ne abbiamo visto in media solo venti minuti (appena il 14%) rispetto alla durata totale di 160. Così quasi nessuno avrà seguito l’intero svolgersi della scaletta (che dopo la Sicilia è passata in Puglia, Campania e, perfino in Germania, per confrontare i partiti di là con quelli di qua). Sicché ci viene persino da domandarci se la durata mostruosa dei nostri programmi giornalistici non sia ormai l’ostacolo strutturale che impedisce allo spettatore, costretto al consumo di frammenti, di mettere insieme e di valutare visioni dotate di un capo e di una coda.