“La sanità mentale è un’imperfezione” scriveva Charles Bukowski. Come dargli torto. Ma lo scoglio più difficile per una società ultra competitiva come la nostra è rendersene conto. Solo così può cadere il tabù della fragilità di cui siamo fatti, ma che tendiamo per incoscienza a demonizzare anziché valorizzare. E quello più pesante della follia, lo stato della mente alienata, disperata, oltre ogni limite convenzionale. Oggi due iniziative ci invitano a familiarizzare con questa materia ancora buia della storia dell’uomo. Parliamo del primo festival nazionale della follia, organizzato a Teramo, da venerdì scorso fino a stasera.

Nato da un’idea di Marcello Veneziani, giornalista e scrittore, affronta il tema da prospettive diverse, dalla scienza alla filosofia, l’arte, il cinema e la letteratura. Tra gli ospiti, lo psichiatra Paolo Crepet con un focus sul legame tra eros e follia; il critico d’arte Vittorio Sgarbi per un’indagine sull’irrazionale nei dipinti; il regista Pupi Avanti che ha dedicato al tema uno dei suoi film, “Il papà di Giovanna”; e lo scrittore Paolo Nori, che tra le altre cose ha curato il volume intitolato “Repertorio dei matti della città di Bologna”, il racconto del capoluogo emiliano attraverso le biografie dei pazzi che lì vivevano. La città abruzzese, sede della kermesse, non è stata scelta a caso. Qui si trova infatti uno dei tantissimi ex manicomi italiani, un patrimonio edilizio grande 25mila metri quadrati, che abbraccia il cuore storico della città, e uno degli ultimi a essere dismesso dopo la legge Basaglia, era il 1998.

La struttura è fatiscente e abbandonata. Solo le mura esterne sono state messe in sicurezza per non far rischiare la vita ai passanti lungo la strada. Gli spazi interni sono ridotti a cumuli di macerie. Materassi accatastati, pareti crollate, mobili sventrati. L’unico spiraglio di vita sono i fili di edera, che resistono e si moltiplicano contro il rifiuto della memoria, si arrampicano ostinati ovunque, sulle porte smantellate, i blocchi di cemento, i pezzi di lettiere arrugginiti, le briciole di seggiole. Non ci sono soldi e così la storia deperisce nel silenzio assordante. In occasione del festival è stata allestita una mostra nel cortile e per la prima volta gli abitanti possono entrare nella loro memoria, in uno dei monumenti architettonici che incorniciano il paese. Foto, video, quadri, installazioni. Per fare uscire dall’oblio la follia. (Il programma è online sul sito web www.festivaldellafollia.it)

In Italia di ex ospedali psichiatrici fantasma c’è pieno. Da quello di Napoli, a quello della Marcigliana (Roma), quello di Pistoia, Siena, Volterra, Firenze, Cogoleto (Genova), Colorno (Parma), Mombello di Limbiate (Monza e Brianza). Pezzi di storia piombati nel degrado più assoluto. Eppure, un decreto firmato nel 1996 dal Ministro della sanità pro tempore Rosy Bindi parlava chiaro: “I beni mobili e immobili degli ospedali psichiatrici dismessi sono destinati alla produzione di reddito, attraverso la vendita o l’affitto, e i soldi destinati all’attuazione del progetto obiettivo Tutela della salute mentale”.

L’altra iniziativa è il museo itinerante della follia che dallo scorso maggio fino al 22 novembre fa tappa a Mantova (e patrocina il festival in Abruzzo). Decine di artisti che per un motivo o per l’altro sono entrati in contatto con il disagio mentale. C’è la testa di tigre che incarna la rabbia emarginata firmata da Antonio Ligabue. Di lui sono esposte 190 opere. Di Pietro Ghizzardi, altra celebrità della pittura visionaria e allucinata, si possono ammirare 37 tele mai rese pubbliche prima. Gli altri protagonisti sono Gino Sandri, Carlo Zanelli, Giovanni Carnovali detto il Piccio, Vincenzo Gemito, Filippo Cifariello. Non solo quadri. Anche oggetti, tutti quelli che è stato possibile recuperare da alcuni ex manicomi della penisola (oltre a quello di Teramo, quelli di Trapani, Trieste, Aversa, Venezia e l’ex opg di Barcellona Pozza di Gotto, a Messina). Come i vestiti e i diari dei pazienti, su cui denunciavano le torture subite (maltrattamenti notturni che dovevano scegliere da una lista prima di andare a dormire), chiavi, libri di Freud nascosti sotto i materassi, quadretti con dentro foto di famiglia, strumenti di tortura (come sedia elettrica e camicie di forza), pacchetti di sigarette e tazzine di caffè. Diecimila ingressi in tre mesi. Significa che il museo funziona. Il progetto è finanziato da Expo e seguito dal team di Sgarbi (ambasciatore delle Belle arti per Expo). Andiamo a conoscerci un po’ allora.