Jeremy Corbyn 675

Da Londra, a lungo epicentro europeo dell’infezione reaganiano-thatcheriana, arriva un messaggio che rimette in moto l’intero quadro politico continentale. La vittoria con un rotondo 60 per cento nelle primarie laburiste di Jeremy Corbyn. E finalmente torna sulla scena un britannico che ci piace: un segaligno alla Gorge Orwell o alla Ken Loach, dopo i bambolotti upper class (cultori delle brioche alla Maria Antonietta) tipo David Cameron o i viscidi e opportunisti arrampicatori sociali sul modello del protorenziano Tony Blair.

Sperando che il nuovo leader del Labour regga le pressioni per delegittimarlo e sappia evitare le trappole che l’establishment preannuncia sul suo cammino, la novità albionica ha impatti tanto di politica interna come europea.

In primo luogo fa emergere anche nel Regno Unito la presenza di un protagonismo indignato di cui non si aveva percezione; sulla scia del movimento 2011 all’origine del cosiddetto G-90 (l’Internazionale dell’Altrapolitica, che nell’anno fatidico scosse il mondo globalizzato, da Puerta del Sol alla cairota piazza Tahir, al Zuccotti Park di New York). Un segnale di assoluto rilievo, visto l’apparente radicamento inestirpabile a Westminster della post-democrazia; ossia la migrazione del personale di partito dalla società al Palazzo del potere. Il viaggio verso la trasformazione della politica in ascensore sociale per carriere individuali, che anche Ed Milibard – leader laburista uscente, presunto “di sinistra” – non aveva dato segno di voler contrastare; di volersi opporre a pratiche pubbliche in cui i candidati sono solo brand, etichette confezionate da consulenti di comunicazione per un prodotto sempre e assolutamente identico. Una situazione che screditava le classiche distinzioni destra/sinistra.

Corbyn è certo persona che viene da una tradizione di sinistra (dalle lotte del lavoro all’impegno pacifista) ma assicura un senso credibile al suo profilo connotandosi come critico dell’establishment; come espressione democratica di chi “sta sotto”. Dunque l’arrivo di un vero ruspante, dopo tanti polli di batteria. I cui effetti – come si diceva – indubbiamente comporteranno rimbalzi anche a livello continentale.

Infatti le sparse forze dell’Altrapolitica, in stato depressivo dopo i disastrosi effetti del dilettantismo allo sbaraglio di Alexis Tsipras a Bruxelles, ora registrano un primo segno in controtendenza. Staremo a vedere se – grazie all’inaspettato soccorso britannico – Podemos riuscirà a ribaltare le previsioni, che lo davano in declino nelle imminenti elezioni politiche in Spagna.

Ma anche nel concerto dell’Unione europea la partita torna a farsi più interessante.

Dopo che Merkel e soci avevano scalpato il leader di Syriza, tutto lasciava pensare che il confronto si riducesse a una partita secca, magari sul tema immigrazione, tra nomenklatura (i guardiani del privilegio e dell’ordo-finanza) ed eurofobici (i propugnatori xenofobi delle piccole patrie blindate). Due posizioni diverse, ma che entrambe stavano determinando l’accantonamento del progetto democratico di Europa federale; accelerando quel processo di ri-nazionalizzazione del continente, che lo renderebbe insignificante a fronte delle grandi concentrazioni mondiali. Quel ritorno agli staterelli in rissa tra loro, responsabili della trentennale guerra civile europea che ne cancellò l’egemonia mondiale, e che ora si rivelerebbero inabili a gestire/governare processi che fuoriescono dalle asfittiche dimensioni dello Stato-nazione.

Anche in questo caso l’arrivo di Corbyn contrasta l’albagioso euroscetticismo dei suoi colleghi British, rilancia l’idea di un New Deal europeo.

Soprattutto riporta sulla scena un britannico generosamente europeista. Con l’autorevole precedente di un signore chiamato Winston Churchill; il quale, in un celebre discorso tenuto il 19 settembre 1946 nell’aula magna dell’università di Zurigo, anticipava i nodi dell’attuale crisi: “Devo avvertirvi, non c’è molto tempo… Se vogliamo gli Stati Uniti d’Europa, o quale altro nome vorremo dare loro, dobbiamo incominciare subito. Occorre che la Francia e la Germania assumano la guida insieme”.