C’è chi ha detto stop sfiorando la chiusura perfetta, altri hanno allungato la propria carriera tempestata di gioie e successi con una coda di milioni in paradisi sportivi dove giocare in panciolle. Poi è arrivata Flavia Pennetta a riscrivere l’uscita di scena con stile. All’apice del tragitto, seduta sul trono di Flushing Meadows dopo due settimane di tennis perfetto, la brindisina ha annunciato il proprio ritiro a fine stagione. Una scelta serena, fatta con il sorriso di una donna che a 33 anni ha raggiunto il traguardo più importante della propria  vita sportiva. E allora si può mettere un punto e pensare a tutta quell’esistenza lasciata fuori o compressa tra voli, allenamenti e tornei. L’amore, la famiglia, una vacanza. La vita vera.

Non poteva esserci momento migliore per annunciare la decisione, anticipata a Roberta Vinci in quell’intimo dialogo fianco a fianco, sulle sedie a bordo campo, dopo la finale tutta azzurra degli Us Open. Sono rimasti spiazzati anche papà Oronzo e mamma Conchita, con il primo frastornato davanti alle telecamere: “Proveremo a farle cambiare idea”. Difficile, se non impossibile. La Pennetta aveva sempre detto che non avrebbe mai vivacchiato nella pancia delle Top 100, che quello sarebbe stato il momento di smettere. Slaccia le scarpe in modo totalmente diverso, sedendosi accanto ad altri campioni dello sport.

Il destino ha voluto che poche ore dopo arrivasse anche l’annuncio di Floyd Mayweather. Il pugile americano, una leggenda del ring, a fine agosto aveva annunciato la sua decisione. Prima però si è preso la vittoria numero 49 su altrettanti incontri contro Andre Berto. Poi si è inginocchiato, ha guardato il cielo e ha confermato: “Grazie a tutti, finisce qui”. Da campione del mondo, da imbattuto. È il primo boxeur a raggiungere la leggenda Rocky Marciano nel numero di incontri consecutivi senza sconfitte. Julio Cesar Chavez arrivò a collezionarle 87 ma, al contrario di Mayweather, continuò a combattere incassando sei sconfitte. Un’appendice che la dice lunga su come le leggende possano interpretare in vari modi il momento in cui le luci vanno spente. E spesso fa la differenza.

A volte invece basta un colpo di testa a trasformare l’ultimo passo di una cavalcata trionfale in uno scivolone leggendario. Berlino, 9 luglio 2006. È l’ultima partita di Zinedine Zidane, uno dei più forti giocatori nella storia del calcio. Zizou ha segnato il rigore che ha portato la Francia in vantaggio nella finale dei Mondiali contro l’Italia. Il giorno dopo riceverà un contestato premio come miglior giocatore della rassegna iridata. Nel mezzo, però, c’è quel momento di follia: testata sul petto a Marco Materazzi, espulsione e uscita dal campo a testa basta passando accanto a quella coppa che pochi minuti dopo verrà alzata dagli azzurri.

Dopo una stagione tribolata, a 32 anni, disse addio anche Michel Platini. Senza trascinarsi o cercare avventure più morbide. Salutò con un’intervista rilasciata al Comunale. “Troppi acciacchi, non ho più benzina”. Aveva passato tutto il 1986 infortunato a causa di caviglie ormai fragili. Le Roi non poteva accettare passaggi da star oltreoceano o nuove soluzioni tattiche in Europa. Era stato Il Dieci, l’uomo dei tre Palloni d’Oro consecutivi, quello del primo posto all’Europeo 1984 con la Francia. Non serviva altro. Il mito era già nella mente di tutti.

Dopo gli otto ori a Pechino 2008 e i cinque di Londra 2012 il mondo ha visto uscire dalla vasca Michael Phelps. Una carriera fatta di 22 medaglie olimpiche (18 ori), 26 medaglie d’oro ai mondiali e 29 record del mondo individuali. In realtà è poi tornato sui suoi passi partecipando ai Giochi PanPacifici nel 2014 (3 ori, 2 argenti) e gareggiando in alcune occasioni negli scorsi mesi. Non è più lo stesso e forse smetterà il costume definitivamente. Lo squalo di Baltimora sdentato non serve davvero a nessuno. Anche una leggenda dell’automobilismo come Michael Schumacher ha detto addio per poi rientrare, dopo aver saltato tre stagioni. Si rimise alla guida della Mercedes: tre anni di corse, un solo podio. Qualcuno vocifera che il prossimo clamoroso addio potrebbe essere quello di Usain Bolt, dopo le Olimpiadi di Rio. Ma gli sponsor premono per allungare la leggenda del fulmine.

Negli ultimi anni i calciatori hanno invece trovato l’Eldorado fatto di autografi e calcio lento tra America, Australia ed emirati e principati vari. Tutti tranne Francesco Totti, che continua a 39 anni a vestire la maglia della Roma. Ma con il capitano giallorosso si entra in una sfera amorosa che trascende le ‘mode’ e le eventuali panchine che verranno. Tra i big italiani l’ultimo a partire è stato Andrea Pirlo, indeciso tra il mettere un punto, continuare per un altro anno di Juventus o trasferirsi a New York. Continua a giocare in Nazionale, pur avendo deciso per la Grande Mela. Dove ieri la Pennetta ha detto basta stringendo la sua ‘coppa del mondo’ tra le mani mentre con un sorriso splendido diceva a tutti: “Non esiste un addio più bello di questo”.